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I fiori di Darwin

di OLIVER SACKS

 

Conosciamo tutti la storia canonica di Charles Darwin: appena ventiduenne, si imbarca sul Beagle diretto in capo al mondo: Darwin in Patagonia, Darwin nelle pampas argentine (dove riesce a prendere al lazo le zampe del suo cavallo); Darwin in Sudamerica, a raccogliere ossa di giganteschi animali antidiluviani; Darwin (ancora fervente religioso) in Australia, dove resta sbigottito alla vista di un canguro: «Certamente, due diversi Creatori dovevano essere all'opera». E poi, naturalmente, Darwin alle Galápagos, dove constata che i fringuelli sono diversi in ciascuna isola dell'arcipelago, cominciando in tal modo a riflettere sugli spostamenti sismici e a comprendere in che modo gli esseri viventi si evolvono, nozione che, un quarto di secolo dopo, sfocerà nella pubblicazione de L'origine delle specie.

Qui la storia canonica raggiunge il suo apice, con l'uscita appunto di questo libro nel novembre del 1859 e avrà, a mo' di elegiaco post-scriptum, una visione del vecchio e infermo Darwin che – nella ventina d'anni che gli restano – si aggira nel giardino di Down House senza alcun particolare scopo o programma, magari buttando giù un paio di libri... ma ormai la sua opera maggiore è stata, da tempo, portata a termine.

Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Darwin rimase sempre estremamente sensibile sia alle critiche che venivano mosse, sia alle prove addotte a sostegno della sua teoria, tant'è vero che ciò lo indusse a dare alle stampe ben cinque edizioni rivedute dell'Origine delle specie. Si sarà pure ritirato nel suo giardino e nelle sue serre, dopo il 1859 (c'era un vasto parco intorno a Down House e c'erano cinque serre) ma, per lui, divennero macchine belliche, dalle quali lanciava grossi missili carichi di dimostrazioni e confutazioni agli scettici – fra cui la descrizione di straordinarie strutture e comportamenti, nelle piante, ch'erano assai difficilmente ascrivibili a un "disegno" del Creatore: una massa di prove a favore dell'evoluzione e della selezione naturale assai più schiaccianti di quelle addotte nel libro del '59.

Stranamente, perfino gli studiosi di Darwin prestano scarsa attenzione al suo lavoro di botanico, benché esso si raccolga in sei libri e una settantina di saggi. Duane Isely, nel suo libro del 1994 One Hundred and One Botanists, scrive che mentre «su Darwin è stato scritto più che su qualsiasi altro biologo … egli viene di rado presentato in veste di botanico … Il fatto che abbia scritto svariati volumi intorno alle sue ricerche sulle piante viene, sí, menzionato quasi da tutti i darwinisti, ma in modo casuale, come per dire "beh, il grand'uomo ha bisogno di divagarsi di tanto in tanto"».

Persino oggi, in prossimità del secondo centenario della nascita di Darwin e a centocinquant'anni dall'uscita del suo libro più noto, le cose stanno cosí ed è tenendo ciò presente che il Botanical Garden di New York ha, di recente, inaugurato una mostra dal titolo Darwin's Garden: An Evolutionary Adventure. La mostra contiene non soltanto delle ricostruzioni dei giardini di Down House e di molti degli effettivi esperimenti che là Darwin effettuò, ma anche una gran quantità di libri rari, saggi, lettere e disegni.

Darwin nutrí sempre uno speciale, tenero affetto per le piante, nonché una speciale ammirazione («Mi ha fatto sempre piacere esaltare le piante alla stregua di esseri viventi organizzati», ha scritto nella sua autobiografia). Egli crebbe in seno a una famiglia di botanici: il nonno, Erasmus Darwin, aveva scritto un lungo poema dal titolo The Botanic Garden e nel giardino e nell'orto della casa dei suoi si coltivavano non solo fiori ma anche alberi da frutto su cui si praticavano innesti per accrescerne il vigore. Studente universitario a Cambridge, frequentava assiduamente le lezioni del botanico J.S. Henslow e fu quest'ultimo che – riconosciute le straordinarie doti dell'allievo – lo raccomandò perché prendesse parte alla spedizione del Beagle.

Era a Henslow che Darwin scriveva dettagliatissime lettere piene di osservazioni sulla flora e fauna dei luoghi da lui visitati. Lettere che, quando furono pubblicate, resero Darwin famoso nei circoli scientifici ancor prima che il Beagle facesse ritorno in Inghilterra. E fu altresí per Henslow che Darwin, alle Galápagos fece collezione di tutte le piante in fiore; e notava come in diverse isole dell'arcipelago sussistevano spesso diverse specie dello stesso genere. Ciò gli avrebbe in seguito fornito un'importante prova a sostegno della tesi relativa al ruolo delle divergenze geografiche nell'origine di nuove specie.

Invero, come David Kohn rileva nel suo splendido saggio: «Gli esemplari di piante raccolti da Darwin alle Galápagos (oltre 200) costituiscono la singola raccolta di organismi viventi, nell'ambito delle storie naturali, che abbia esercitato la maggiore influenza, nell'ambito dell'intera storia della scienza … Essi risulteranno altresí essere il miglior esempio documentato addotto da Darwin riguardo all'evoluzione delle specie in quelle isole». Gli uccelli raccolti da Darwin alle Galápagos, invece, non furono sempre correttamente identificati o etichettati; e fu solo dopo il rientro in patria del Beagle che (con l'ausilio di altri specimen raccolti da altri membri della spedizione) essi vennero smistati dall'ornitologo John Gould.
 

Darwin era diventato amico di due insigni botanici: Joseph Dalton Hooker (dei Kew Gardens) e Asa Gray (di Harvard). Hooker divenne suo confidente negli anni '40, il primo cui Darwin mostrò la prima stesura del suo libro sull'evoluzione; e Asa Gray, intorno al 1855, entrerà a far parte della cerchia dei suoi intimi. Sicché a entrambi Darwin avrebbe scritto, con crescente entusiasmo, della «nostra teoria».

Darwin preferiva definirsi geologo (egli scrisse tre libri di geologia basati sulle osservazioni fatte durante la crociera del Beagle; e concepí una singolare teoria sull'origine degli atolli corallini, che troverà una conferma sperimentale solo nella seconda metà del XX secolo) e insisteva a dire che non era un botanico. Uno dei motivi era che la botanica (nonostante la precorritrice opera di Stephen Hales, Statica de' vegetali ed analisi dell'aria, nel XVIII secolo, piena di affascinanti esperimenti sulla fisiologia delle piante) restava pur sempre, quasi per intero, una disciplina descrittiva e tassonomica, per cui le piante venivano identificate, classificate e nominate ma non indagate. Darwin, invece, era preminentemente un indagatore, che si dava pensiero del "come" e del "perché", riguardo alla struttura e al comportamento di una pianta, e non soltanto di constatare "che cosa" fosse.

La botanica non era un semplice hobby per Darwin, come lo era invece per tanti in età vittoriana: lo studio delle piante era sempre, per lui, subordinato a scopi teorici, e tale fine teoretico aveva a che fare con l'evoluzione e la selezione naturale. Ha scritto infatti il figlio Francis: «Era come se egli fosse dotato di una energia teorizzante pronta a fluire in qualsivoglia canale alla minima perturbazione, sicché nessun dato di fatto, per quanto esiguo, poteva far a meno di scatenare un flusso di teorie». E tale flusso andava nei due sensi: lo stesso Darwin diceva spesso che «nessuno può dirsi buon osservatore a meno che non sia un attivo teoreta».

Nel Settecento, lo scienziato svedese Linneo aveva dimostrato che i fiori hanno organi sessuali (pistilli e stami) e aveva basato su ciò le sue classificazioni. Ma allora si riteneva, quasi universalmente, che i fiori si fertilizzassero da sé, perché altrimenti ogni fiore avrebbe posseduto organi sia maschili sia femminili? Linneo stesso scherzava sopra questo concetto e paragonava un fiore avente nove stami e un solo pistillo a una camera da letto ove una fanciulla si coricasse con nove amanti. Un consimile concetto ricorre nel poema del nonno di Darwin, The Botanic Garden, e più precisamente nella parte di esso intitolata "The Loves of Plants". Questa era l'atmosfera che Darwin respirava da piccolo.

Ma dopo il ritorno in patria dal viaggio sul Beagle, Darwin si sentí costretto, in capo a un paio d'anni, a porre in forse sul piano teorico la faccenda dell'autofertilizzazione dei fiori. Nel 1837 scrisse su un taccuino: «Le piante aventi organi sia maschili sia femminili non ricevono forse influenza da altre piante?». Se le piante sono destinate a evolversi – ragionava – la fertilizzazione incrociata è indispensabile: in caso contrario non potrebbe aver luogo alcun cambiamento, alcuna modifica, e avremmo visto succedersi perennemente una singola pianta autoriproducentesi, anziché quella straordinaria gamma di specie differenziate che invece vediamo. All'inizio degli anni '40, Darwin cominciò a mettere al cimento la sua teoria sezionando svariati fiori (fra cui azalee e rododendri), riuscendo cosí a dimostrare che molti fiori hanno mezzi strutturali atti a impedire – o minimizzare – l'autoimpollinazione.

Ma fu solo posteriormente alla pubblicazione dell'Origine delle specie (1859) che Darwin poté rivolgere tutta la sua attenzione alle piante. E laddove la sua opera, da principio, era soprattutto quella di un osservatore e collezionista, in seguito la sperimentazione divenne lo strumento precipuo per ottenere nuove cognizioni.

Egli aveva notato – al pari di altri – che i fiori delle primule si presentano in due diverse forme: la forma "a spillo" avente un lungo stilo – la parte femminile del fiore – e la forma "sfilacciata" avente invece uno stilo corto. Si riteneva comunemente che tale differenza non fosse tanto significativa. Ma Darwin sospettava che le cose stessero altrimenti. Ed esaminando mazzolini di primule che i nipoti raccoglievano per lui, constatò che il rapporto fra "spilli" e "filacce" era esattamente di uno a uno.

Ciò stimolò subito la fantasia di Darwin: il rapporto di uno a uno era ciò che era lecito aspettarsi da specie in cui i maschi sono separati dalle femmine. Poteva dunque darsi che i fiori a stilo lungo, quantunque ermafroditi, stessero per diventare fiori femmine e quelli dallo stilo corto fiori maschi? Stava forse osservando forme intermedie – l'evoluzione in atto? Era una piacevole idea, ma non reggeva, poiché i fiori a corto stilo – putativi maschi – producevano tanti semi quanto i fiori femmine dallo stilo lungo. Qui (come avrebbe potuto dire il suo amico T.H. Huxley) si aveva una bella congettura assassinata da un brutto dato di fatto. Qual era, dunque, il significato di quegli stili differenti e del loro rapporto di uno a uno? Darwin smise di accampare teorie e cominciò a fare esperimenti. Con santa pazienza prese a fungere lui stesso da impollinatore, sdraiato a pancia sotto sul prato, trasferendo polline di fiore in fiore, da quelli a lungo-stilo a quelli a lungo-stilo, da quelli con lo stilo corto a quelli con lo stilo corto, dai lungo-stiliti ai corto-stiliti e viceversa. Una volta prodottisi i semi, li raccoglieva e li pesava. Riscontrò in tal modo che la messe maggiore di semi proveniva dai fiori incrociati ( per cosí dire, eterosessuali). Ne dedusse che l'eterostilismo (per cui le piante hanno lo stilo di diversa lunghezza) era uno speciale meccanismo che si era evoluto per facilitare gli incroci; e che tale cross-breeding accresceva il numero e la vitalità dei semi. Chiamò tale accrescimento hybrid vigour, vigore ibrido. In seguito scriverà: «Non credo che alcunché, nella mia vita scientifica, mi abbia dato tanta soddisfazione quanta ne ho avuta afferrando il significato della struttura di queste piante».
 

Anche se questo soggetto seguitò sempre a interessare Darwin (che pubblicò un libro su di esso nel 1877: Le diverse forme dei fiori in piante della stessa specie), egli si scervellava soprattutto per scoprire in che modo le piante fiorifere si siano adattate a usare gli insetti come agenti per la loro fertilizzazione. Era già ben noto che gli insetti sono attratti da certi fiori, li vanno a visitare e ne possono uscire coperti di polline. Ma nessuno aveva mai dato a ciò tanta importanza, poiché si dava per scontato che i fiori si impollinassero da se stessi.

Darwin aveva accampato sospetti al riguardo fin dal 1840 e, alcuni anni dopo, mise al chiodo cinque dei suoi figli incaricandoli di rilevare le rotte seguite, nei loro voli, dai calabroni maschi. Egli aveva una grande ammirazione per le orchidee "indigene" che crescevano nei prati intorno a Down, quindi, cominciò da loro. Poi, con l'aiuto di amici e corrispondenti che gli mandavano orchidee da studiare – e in specie Hooker che nel frattempo era diventato direttore dei Kew Gardens –poté estendere le sue indagini alle orchidee tropicali di ogni tipo.

Queste indagini procedettero bene e alla svelta tanto che nel 1862 poté mandare in tipografia il manoscritto de I diversi apparecchi col mezzo dei quali le orchidee vengono fecondate dagli insetti. Le sue intenzioni, o speranze, sono rese esplicite fin dall'incipit: «Nel mio libro "On the Origin of Species" ho fornito soltanto generali ragioni a sostegno della tesi per cui è una legge pressoché universale di natura a sancire che i più elevati fra gli esseri viventi organici esigono un occasionale incrocio con un altro individuo … Desidero qui dimostrare che non ho parlato a vanvera, bensí addentrandomi in ogni dettaglio … Il presente trattato mi offre fra l'altro l'opportunità di tentar di dimostrare che lo studio degli esseri viventi organici può rivestire tanto interesse, per un osservatore che sia pienamente convinto che la struttura di ciascuno è soggetta a leggi naturali, quanto ne riveste per chi sia convinto che ogni minimo dettaglio di qualsiasi struttura è il risultato della diretta interposizione del Creatore».

Qui, in termini non ambigui, Darwin lancia il guanto di sfida, dicendo: "Lo spieghi meglio, chi la sa più lunga!".

Darwin ha interrogato le orchidee, ha interpellato i fiori come nessuno aveva mai fatto prima e, nel libro sulle orchidee, ha fornito innumerevoli dettagli, assai più che nel libro sull'Origine delle specie. Ciò non perché lui fosse un pedante, ossessivamente pignolo, ma perché convinto che ogni particolare sia potenzialmente significativo. Si dice, a volte, che Dio è presente nei dettagli, ma per Darwin non è Dio bensí la selezione naturale ad agire nel corso dei millenni e a risplendere nei dettagli, che sarebbero inintelligibili e privi di senso se non fosse per la luce che la storia dell'evoluzione vi getta. Il figlio Francis ha scritto, riguardo alle ricerche di botanica del padre, che «esse forniscono un valido argomento contro quei critici che hanno abbondantemente sputato sentenze circa l'inutilità di particolari strutture e circa la conseguente impossibilità che esse si siano sviluppate mediante la selezione naturale. Le sue ricerche sulle orchidee lo hanno messo in grado di dire: "Posso dimostrare il significato di certe creste o corna in apparenza insignificanti; e chi può ora azzardarsi a dire che questa o quella struttura è inutile?"».
 

In un libro del 1793 intitolato Das entdeckte Geheimnis der Natur im Bau und in der Befruchtung der Blumen [Il segreto della natura rivelato nella struttura e nella fertilizzazione dei fiori], il botanico tedesco Christian Konrad Sprengel – accuratissimo osservatore – aveva notato che le api, cariche di polline, lo trasportano da un fiore all'altro. Darwin considerava meraviglioso il libro di Sprengel. Ma questi, pur avvicinandoglisi, non sciolse il segreto finale poiché era vincolato all'idea linneiana dell'autofertilizzazione dei fiori e riteneva che i fiori della medesima specie fossero essenzialmente identici. È qui che Darwin compí una radicale svolta e svelò il segreto dei fiori, dimostrando che le loro speciali caratteristiche – i vari colori e le varie forme, i succhi e gli odori mediante i quali attraggono gli insetti e i meccanismi con cui questi vengono impollinati – sono altrettanti espedienti e stratagemmi, grazie ai quali essi si sono evoluti al servizio dei processi di fertilizzazione incrociata.

Ciò che prima era un idillico quadretto di insetti che ronzano intorno a fiori multicolori adesso è diventato un essenziale dramma della vita, gravido di profondi significati biologici. I colori e i profumi dei fiori si sono adattati ai sensi degli insetti. Per esempio, le api sono attratte dai fiori gialli e cilestrini ma ignorano quelli rossi, perché non discernono questo colore. D'altro canto, la loro capacità di vedere al di là del viola viene sfruttata da quei fiori che hanno contrassegni ultravioletti: le cosiddette honeyguides che appunto "guidano" le api verso il loro nettario. Le farfalle che ben distinguono il rosso, fertilizzano i fiori rossi, ma possono ignorare quelli azzurri o viola. I fiori impollinati da insetti notturni come le falene, tendono a essere incolori ma trasudano il loro odore di notte. Tutti i fiori che "mirano" a essere impollinati dalle mosche – che vivono di cose putride – possono mimare odori (per noi) nauseabondi.

Non è soltanto sull'evoluzione delle piante ma sull'evoluzione convergente di piante e insetti che Darwin ha gettato i suoi lumi per primo. La selezione naturale ha fatto sí che l'apparato orale degli insetti si adeguasse alla struttura dei loro fiori prediletti; e Darwin si è divertito a fare profezie, qui. Esaminando un'orchidea del Madagascar che possiede un nettario lungo trenta centimetri, predisse che si sarebbe trovata una falena dalla proboscide abbastanza lunga da sondare quel deposito di nettare. Effettivamente un simile insetto è stato scoperto decenni dopo la morte di Darwin.

Con L'origine delle specie Darwin lanciò un assalto frontale (per quanto garbato nel fraseggio) contro il creazionismo; e pur se è andato molto cauto – in quel libro – nel trattare dell'evoluzione del genere umano, ciò che è implicito nella sua teoria era già perfettamente chiaro. Era soprattutto l'idea che l'uomo possa essere considerato alla stregua di un qualsiasi animale – di una scimmia – disceso da altri animali a provocare oltraggio e a essere messa in ludibrio. Ma per la maggior parte della gente, le piante sono un'altra faccenda: non si muovono, non hanno sentimenti; appartengono a un regno a sé stante, separato dal regno animale da un enorme divario. L'evoluzione delle piante – pensava Darwin – può apparire meno rilevante, o meno minacciosa, che non l'evoluzione degli animali e, quindi, più accessibile a una calma e razionale presa in considerazione. In effetti, egli scrisse all'amico Asa Gray: «Nessun altro si è reso conto che il mio precipuo intento, con il libro sulle orchidee, è quello di attaccare il nemico sul fianco, mediante un'offensiva laterale». Darwin non era affatto bellicoso, come invece il suo "bulldog" Huxley, ma sapeva benissimo che c'era una battaglia da combattere, e non era restio a usare metafore militari

Non è tuttavia la passione militante né la polemica a tenere il campo nel libro sulle orchidee: è piuttosto una schietta gioia, il diletto che gli procura ciò ch'egli vede. Tale diletto (dagli accenti addirittura esuberanti) balza fuori dalle sue lettere: «Non potete rendervi conto di quanto mi sono divertito con le orchidee … Che meravigliose strutture! … La bellezza dell'adattamento di questa o quella parte non mi sembra che abbia paragoni … Sono quasi impazzito di fronte alla ricchezza delle orchidee … Una splendida Catasetum, la più meravigliosa fra le orchidee che ho viste … Felice colui che ha, effettivamente, visto sciami di api volare intorno a una Catasetum, con il dorso cosparso di polline! … Non mi sono mai tanto appassionato ad alcun soggetto, in tutta la mia vita, come alle orchidee!».

La fertilizzazione dei fiori tenne impegnato Darwin fino alla fine dei suoi giorni e al libro sulle orchidee terrà dietro, a quasi quindici anni di distanza, un libro a più ampio spettro: Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale.

Ma le piante devono sopravvivere, fiorire e trovare (o creare) una "nicchia" nel mondo se vogliono arrivare al punto della riproduzione. Pertanto Darwin si interessa in egual misura agli espedienti e agli adattamenti mediante i quali le piante sono sopravvissute e ai loro svariati e a volte stupefacenti stili di vita, che includono organi sensitivi e potenza motoria affini a quelli degli animali.

 

Nel 1860, durante una vacanza estiva, fece conoscenza con le piante insettivore e se ne innamorò. Subito intraprese una serie di indagini che culmineranno, di lí a quindici anni, nella pubblicazione de Le piante insettivore, scritto in uno stile semplice e colloquiale. Si inizia con un ricordo personale: «Mi stupí innanzi tutto constatare, in una brughiera del Sussex, il gran numero di insetti che vengono catturati dalle foglie della comune rosolida (Drosera rotundifolia). In una pianticella tutte e sei le foglie avevano catturato una preda … Molte piante causano la morte degli insetti … senza trarne, a quanto pare, alcun vantaggio. Ma mi fu subito chiaro che la Drosera è adattata, in modo eccellente, allo scopo di catturare insetti».

L'idea di "adattamento" era sempre presente nella mente di Darwin e un'occhiata alla rosolida gli bastò a constatare che si trattava di un adattamento di nuovissimo tipo, dato che le foglie di Drosera non solo hanno una sostanza appiccicosa ma sono ricoperte da sottili filamenti (da lui denominati «tentacoli») aventi in cima delle glandole. A che scopo? «Se un piccolo oggetto organico o inorganico», osservò, «viene deposto al centro di una foglia, esso trasmette un impulso motorio ai tentacoli marginali … Ne sono affetti prima quelli più vicini, che lentamente si piegano verso il centro, poi anche quelli più lontani, finché ecco che tutti risultano flessi sopra l'oggetto». Se però l'oggetto si rivela non nutriente, viene subito lasciato.

Darwin passò a una dimostrazione pratica ponendo grumi di chiara d'uovo su alcune foglie e scaglie di materia inorganica su altre. Queste ultime venivano subito lasciate cadere, mentre l'albume veniva trattenuto e stimolava la formazione di un fermento e di un acido che tosto lo digerivano, assorbendolo. La stessa sorte toccava agli insetti, specie se vivi. Pur essendo priva di bocca, di intestino e di nervi, la Drosera cattura la preda e se ne nutre usando speciali enzimi digestivi.

Darwin non si limitò a studiare il modo in cui la Drosera funziona ma si chiese anche perché avesse adottato un tenore di vita cosí stravagante. Osservò che queste piante vivono in terreni acquitrinosi relativamente poveri di materiali organici e di azoto assimilabile. Poche piante potrebbero sopravvivere in siffatto ambiente, ma la Drosera ha trovato il modo di stabilirvisi assorbendo l'azoto direttamente dagli insetti anziché dal suolo. Sbigottito di fronte a tale coordinamento animalesco dei tentacoli della Drosera che si chiudono sulla preda al modo stesso di quelli dell'anemone marino, nonché di fronte alla sua capacità altrettanto animalesca di digerirla, Darwin scrisse ad Asa Gray: «Trovo ingiusto il tuo giudizio sulla mia meritoria Drosera: è una pianta meravigliosa o, piuttosto, un sagacissimo animale. Io, fin che campo, canterò le lodi della Drosera». Il suo entusiasmo aumentò quando scoprí che praticando un piccolo intacco su una foglia di Drosera soltanto una metà della foglia resta paralizzata, come se un nervo fosse stato reciso. L'aspetto di codesta foglia – scrisse – assomiglia «a un uomo dalla spina dorsale fratturata, le cui estremità sono rimaste paralizzate».

In seguito Darwin ricevette alcuni esemplari della cosiddetta Venus acchiappamosche (Dionaea muscipula), pianta insettivora della stessa famiglia della rosolida. Non appena i peli, simili a grilletti di pistola, della Dionea vengono toccati, le sue foglie a forma di imbuto si chiudono, imprigionando l'insetto. Le reazioni della pianta sono talmente rapide che Darwin si chiese se non ci fosse, per cosí dire, lo zampino dell'elettricità, ossia qualcosa di analogo a un impulso nervoso. Ne discusse con un collega fisiologo, Burdon Sanderson, e fu lieto di sentirgli dire – e dimostrare – che una corrente elettrica veniva perlappunto generata dalle foglie di Dionea. Ne Le piante insettivore, Darwin scrive: «Quando le foglie sono irritate, la corrente si propaga alla stessa maniera che durante la contrazione dei muscoli di un animale».

Le piante sono generalmente ritenute insensate e immobili, ma quelle insettivore forniscono una spettacolare smentita di tale nozione. E Darwin, che anelava a esaminare altri aspetti del "moto" delle piante, si diede a studiare i rampicanti. Tale studio culminerà nella pubblicazione de I movimenti e le abitudini delle piante rampicanti. L'arrampicarsi fu un efficace adattamento, che consentí a certe piante di far a meno di rigidi tessuti di sostegno e sostenersi invece ad altre piante per elevarsi. Non v'è soltanto un modo, per arrampicarsi, ma ve ne sono parecchi. Vi sono piante che si attorcigliano e salgono a spire, piante le cui foglie emettono cirri e piante che salgono con l'uso di viticci. Queste ultime, in particolare, affascinavano Darwin: era come se avessero «occhi» – diceva – e potessero «ispezionare» il circondario alla ricerca di adeguati sostegni. «Io sono convinto, Sir», scrisse ad Asa Gray, «che i viticci riescano a vedere». Come hanno potuto attuarsi siffatti complessi adattamenti?

Darwin considerava le piante il cui fusto si avvolge intorno al sostegno come antenati dei rampicanti le cui foglie emettono cirri, e pensava che da queste ultime si fossero evolute le piante dotate di viticci; ogni cambiamento evolutivo, inoltre, comportava l'apertura di nuove nicchie e nuovi ruoli per gli organismi nel loro ambiente. Insomma, le piante rampicanti si sono evolute con l'andare del tempo, non furono create istantaneamente grazie a un fiat del padreterno.

Ma come ebbe inizio l'attorcigliamento? Darwin aveva osservato che movimenti a torsione, negli steli, nelle radici, nelle foglie, si riscontrano in tutte le piante; e tali movimenti a spirale da lui definiti circumnutation, possono pure osservarsi in piante "inferiori", quali le felci, le cicadee e persino le alghe. Allorché le piante, crescendo, si volgono verso la luce, esse non solo si spingono verso l'alto, ma si torcono, si muovono a spirale verso la luce. La "circumnutazione" – arrivò a pensare Darwin – è una predisposizione insita in tutte le piante e costituisce l'antecedente di tutti gli altri movimenti tortili di esse.

Tali pensieri, sulla scia di dozzine di bellissimi esperimenti, vengono esposti nell'ultimo dei libri botanici di Darwin, Il potere di movimento nelle piante, pubblicato nel 1880. Fra i tanti ingegnosi esperimenti da lui descritti, ce n'è uno in cui, dopo aver seminato dell'avena, espose le pianticelle a una luce proveniente da diverse fonti, e constatò che l'avena si piegava o si torceva sempre verso la luce, anche quando questa era tanto fioca da non essere percepita dall'occhio umano. V'era forse (come già egli aveva presupposto all'estremità dei viticci) una regione sensibile alla luce, una sorta di "occhio" in cima alle foglie di avena? Escogitò allora dei minuscoli cappucci, anneriti con inchiostro di china, per "bendare" quelle foglie e notò che queste non reagivano più alla luce. Era chiaro – ne dedusse – che, quando la luce feriva la punta di una foglia, la stimolava a inviare una sorta di messaggio alle parti "motrici" della pianticella per indurla a volgersi verso la luce. Analogamente, Darwin si accorse che le radici primarie (o radichette) dei germogli, che debbono superare ogni sorta di ostacoli, sono estremamente sensibili alla forza di gravità, ai contatti, alle pressioni, all'umidità, ai gradienti chimici ecc. Egli ha scritto: «Non v'è alcuna struttura nelle piante più mirabile (per quel che concerne le sue funzioni) che la punta delle radichette … Non è esagerato dire che la punta della radichetta agisce come il cervello di un animale inferiore: riceve impressioni dagli organi del senso e dirige svariati movimenti».

Ma, come osserva Janet Browne, Il potere di movimento nelle piante è un libro che «suscitò molte impreviste controversie». La tesi darwiniana della circumnutation fu duramente criticata. Darwin aveva invece visto in essa un importante balzo speculativo. Una critica più feroce provenne dal botanico tedesco Julius Sachs, il quale, a detta della Browne, «si faceva beffe della tesi darwiniana per cui la punta di una radice è paragonabile al cervello di un animale e dichiarava che gli esperimenti casarecci di Darwin si affidavano a una tecnologia ridicolmente difettosa».

Per quanto rudimentale fosse la tecnologia di Darwin, le sue osservazioni erano precise e corrette. La sua idea di un messaggio trasmesso chimicamente dalla punta sensitiva di una foglia alla struttura motrice della pianta era destinata a fare da battistrada, cinquant'anni dopo, alla scoperta di ormoni vegetali, come l'auxina, che, nelle piante, svolgono gli stessi ruoli svolti, negli animali, dal sistema nervoso.

Darwin fu reso invalido, per una quarantina d'anni, da un'enigmatica malattia che lo aveva aggredito al ritorno dalle Galápagos. Per giorni interi, a volte, non faceva che vomitare, o doveva restare in assoluto riposo; invecchiando, divenne inoltre cardiopatico. Ma la sua energia intellettuale non si affievolí mai. Egli scrisse dieci libri, dopo L'origine delle specie, per molti dei quali effettuò numerose revisioni, per non dir nulla di dozzine di saggi, articoli e di innumerevoli lettere. Seguitò per tutta la vita a studiare e applicarsi alle cose che lo interessavano. Nel 1877, per esempio, pubblicò un'edizione riveduta e ampliata del suo libro sulle orchidee (uscito quindici anni prima). Il mio amico Eric Korn, antiquario e studioso di Darwin, mi dice di aver trovato fra le pagine di una copia di questo libro, una ricevuta di pugno di Darwin per due scellini e 9 pence destinati all'acquisto di un raro esemplare di orchidea. La ricevuta reca una data del 1882, l'anno stesso della morte di Darwin, settantatreenne. Dunque, era tuttora innamorato delle orchidee e seguitava a studiarle poche settimane prima di morire, in aprile.

Il suo ultimo libro, La formazione della terra vegetale per l'azione dei lombrichi con osservazioni intorno ai loro costumi, era uscito l'anno prima. In esso, Darwin ritornava su uno dei soggetti prediletti – i lombrichi – sui quali aveva già scritto oltre quarant'anni prima. A partire da modesti esperimenti condotti in giardino – ed estrapolando da essi – Darwin asserisce che queste creature in apparenza insignificanti – cui si è sempre pensato, semmai, come a esseri nocivi, infestanti – sono state "strumentali" per modificare la geografia e la geologia del pianeta Terra, digerendo materie organiche e trasformandole in terreno coltivabile. Egli ha calcolato che, nella sola Inghilterra, i lombrichi poterono trasformare oltre cento miliardi di tonnellate di terra in mille anni. Il libro di Darwin sui vermi, a detta di Robbin Moran, tratta «di come dei lenti, graduali processi – protratti per lunghi periodi di tempo – possono sortire un grandioso effetto cumulativo. Dando loro abbastanza tempo, i lombrichi potrebbero seppellire una casa. Il parallelo con la selezione naturale è ovvio».

La bellezza naturale, per Darwin, non è soltanto un fatto estetico: essa rispecchia sempre funzionalità e adattamento in azione. Le orchidee non sono soltanto piante ornamentali, da mettere in mostra in giardino o in casa, ma meravigliosi congegni, capolavori di fantasia della natura: insomma, la selezione naturale all'opera. I fiori non hanno avuto bisogno di un Creatore, ma sono interamente intelligibili come prodotti del caso e della selezione, di minuscole modifiche e abbellimenti protratti per millenni. Questo, per Darwin, è il significato dei fiori, il significato di ogni adattamento, nei regni vegetale e animale, il significato della selezione naturale.

Si ha spesso la sensazione che Darwin, più di chiunque altro, abbia bandito il "significato" dal mondo, nel senso di qualsivoglia disegno divino. Non sussiste infatti alcun progetto, alcun modello, alcuna planimetria nel mondo di Darwin: la selezione naturale non segue alcun tracciato, non ha né un fine né una meta né alcun traguardo verso cui tendere. Il darwinismo, si suol dire spesso, ha affossato il pensiero teleologico. E tuttavia, il figlio di Darwin, Francis ha scritto: «Uno dei maggiori servigi resi da mio padre alla storia naturale è il revival della teleologia. L'evoluzionista studia lo scopo e il significato degli organi vitali con lo stesso zelo dell'antico teleologo, ma con assai più ampi e più coerenti scopi. Egli possiede e trae vigore dalla cognizione di star delineando non già isolati concetti sull'economia del presente, bensí una coerente concezione sia del passato sia del presente. E anche là dove egli non riesca a scoprire l'utilità di una data parte, riesce comunque, grazie alla cognizione della sua struttura, a ravvisare la storia delle trascorse vicissitudini nella vita delle specie. In tal modo si conferisce vigore e unità allo studio delle forme di esseri viventi organizzati, di cui prima era carente».

E questo, lascia intendere Francis, è stato «effettuato quasi altrettanto bene nelle opere botaniche di Darwin, quanto nell'Origine delle specie».

Nel chiedere perché, nel cercare un significato (non già in senso finalistico bensí nel senso immediato dell'uso e dello scopo), Darwin ha reperito, nelle sue opere di botanica, le più cogenti prove a sostegno dell'evoluzione e della selezione naturale. E cosí facendo, ha trasformato la botanica da disciplina puramente descrittiva in scienza evoluzionistica. La botanica, anzi, è la principale fra le scienze evoluzionistiche e le opere botaniche di Darwin hanno fatto da battistrada a tutte le altre scienze evoluzionistiche, dato che, per dirla con Theodosius Dobzhansky, «nulla in biologia avrebbe un senso se non fosse visto alla luce dell'evoluzione».

Darwin alludeva all'Origine delle specie come a «un lungo ragionamento». I suoi libri di botanica, invece sono più personali e lirici, meno sistematici nella forma, a suo dire, e hanno garantito i loro effetti mediante dimostrazioni, non ragionamenti. Stando a Francis Darwin, Asa Gray ebbe a osservare che «se i suoi libri di botanica fossero stati pubblicati prima dell'Origine delle specie, i teologi "naturali" lo avrebbero canonizzato anziché scagliargli anatemi».

Linus Pauling ha scritto, in un saggio autobiografico, di aver letto L'origine delle specie a dieci anni. Io non fui altrettanto precoce e non sarei stato capace, a quell'età, di seguire quel lungo ragionamento. Ma ebbi per intuito un preannuncio della darwiniana concezione del mondo nel nostro giardino, che, d'estate, era pieno di fiori e le api volavano ronzando da un'aiola all'altra. Fu mia madre, appassionata di botanica, a spiegarmi che cosa facessero le api con le zampette gialle di polline, e in che modo le une dipendessero dagli altri.

La maggior parte dei fiori in quel giardino avevano colori vivaci ma avevamo anche due magnolie dai grandi ma pallidi fiori inodori. I fiori di magnolia, pienamente sbocciati, pullulavano di insetti simili a piccoli scarabei. La mamma mi spiegò che le magnolie erano fra le più antiche piante fiorifere ed erano comparse sulla Terra quasi cento milioni di anni fa, al tempo in cui insetti "moderni" come le api non si erano ancora evoluti, quindi dovevano fare assegnamento su un insetto più antico come lo scarabeo per essere impollinate. Api e farfalle, fiori multicolori e profumati, non essendo "preordinati" ossia non facendo parte del programma, stavano ad aspettare dietro le quinte... e potrebbero non essere mai entrati in scena. Si sarebbero evoluti nei secoli successivi a piccolissimi passi, di fase in infinitesima fase, nel corso di milioni di anni. L'idea di un mondo senza api e farfalle, senza colori e profumi, mi mise sgomento.

L'idea di sterminati eoni di tempo, l'idea della potenza di minuscole, accidentali modifiche le quali, accumulandosi, avrebbero potuto generare nuovi mondi – mondi estremamente ricchi e vari – era invece inebriante. La teoria evoluzionistica largí a molti di noi la sensazione che ci fosse un profondo significato e ci impartí quella fede che la Divina Provvidenza non era mai riuscita a infonderci. Il mondo che a noi si presentava divenne una superficie trasparente, attraverso la quale si poteva discernere l'intera storia della vita. L'idea che le cose sarebbero potute evolversi diversamente, che i dinosauri potessero ancora pascolare nelle praterie americane o che gli esseri umani potessero non essersi mai evoluti in erecti e in sapientes, era un'idea da capogiro. Faceva sí che la vita sembrasse assai più preziosa, che fosse una stupenda avventura a puntate («un glorioso accidente» per dirla con Stephen Jay Gould), non prestabilita e preordinata, ma sempre suscettibile di mutamenti e di nuove esperienze.

La vita, sul nostro pianeta, vive da svariati miliardi di anni e noi – alla lettera – impersoniamo questa millenaria storia, la rendiamo corporea nei nostri scheletri, nei nostri istinti e comportamenti, nei nostri cromosomi. Noi esseri umani conserviamo, per esempio, i ruderi dell'arcata branchiale (molto modificata) dei pesci nostri antenati e persino il sistema neurale che un tempo remoto controllava i movimenti delle branchie ittiche. Come Darwin ha scritto nell'Origine dell'uomo, «l'uomo reca tuttora nella sua struttura corporea l'indelebile marchio delle sue umilissime origini».

Nel 1837, nel primo dei tanti taccuini sui quali avrebbe buttato giù appunti sul «problema delle specie», Darwin disegnò un albero della vita la cui forma branchiata, cosí archetipica e potente, sta come in bilico fra evoluzione ed estinzione. Darwin ha sempre posto in risalto la continuità della vita, per cui tutti gli esseri viventi discendono da un comune antenato – o ceppo – e quindi siamo tutti, in certo qual modo, imparentati gli uni agli altri. Dunque gli umani non sono parenti soltanto delle scimmie e degli altri animali ma anche delle piante. (Le piante e gli animali a noi oggi noti condividono il 70 per cento del loro DNA.) Eppure, a causa dell'immane motore della selezione naturale, le varianti sono tali e tante che ogni specie è più unica che rara, e anche ciascun individuo è unico.

L'albero della vita mostra, a prima vista, l'antichità e la parentela di tutti gli organismi viventi; e mostra come si riscontrano discendenza e modifiche (binomio che Darwin, all'inizio, usava al posto di "evoluzione") a ogni congiuntura. Mostra altresí che l'evoluzione non si arresta mai, né mai si ripete, non torna mai indietro. Dimostra infine l'ineluttabilità dell'estinzione: se un ramo di quest'albero viene reciso, un dato sentiero evoluzionistico va perso per sempre.

Io gioisco al pensiero della mia unicità, della mia antichità biologica, della mia parentela con tutte quante le forme di vita. Tale cognizione mi ràdica, mi consente di sentirmi a casa mia nel mondo naturale, fa sí che io possa avvertire quello che è il mio proprio senso del significato biologico, quale che sia il mio ruolo nel mondo culturale, umano. E sebbene la vita animale sia assai più complessa di quella vegetale, e la vita umana più complessa di quella degli animali, io seguo la traccia di codesto senso del significato biologico fino alle tesi darwiniane sul significato dei fiori e fino alla mia infantile intuizione di tutto ciò, in un giardino londinese, quasi una vita fa.

(Traduzione di Pier F. Paolini)

Sono particolarmente indebitato con David Kohn ed Eric Korn, nonché con i funzionari del New York Botanic Garden Robbin Moran, Dennis Stevenson e Jan Stevenson per gli stimoli da essi ricevuti e per le loro giovevoli critiche al presente saggio.


OLIVER SACKS, neurologo e scrittore, è autore di: Emicrania (1970), Risvegli (1973), Su una gamba sola (1984), L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), Vedere voci (1989), Un antropologo su Marte (1995), L'isola dei senza colore (1996) e Zio Tungsteno (2001), tutti pubblicati in Italia da Adelphi. Per i tipi di Feltrinelli è invece uscito, nel 2004, il suo Diario di Oaxaca, del 2002. Nel 2008 è uscita da Adelphi la traduzione italiana del suo ultimo libro Musicophilia: Tales of Music and the Brain (2007)./p>

 

Cronologia Darwiniana 

il nonno, Erasmus Darwin, aveva scritto un lungo poema dal titolo The Botanic Garden  

1809   Nascita di Darwin

1831 1836  Il Viaggio sul Beagle

1859  L'origine delle specie. (150 anni)

1862 I diversi apparecchi col mezzo dei quali le orchidee vengono fecondate dagli insetti.

1875  Le piante insettivore,

1877: Le diverse forme dei fiori in piante della stessa specie

18xx  Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale. 

18xx  I movimenti e le abitudini delle piante rampicanti.

1880 Il potere di movimento nelle piante

1881 La formazione della terra vegetale per l'azione dei lombrichi con osservazioni intorno ai loro costumi

1882 morte di Darwin

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