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Decrescita » Gli Indios sono poveri ?

 

Gli indigeni dell'Amazzonia sono davvero poveri?


Sebbene gli indigeni soffrano sempre più la grave mancanza di risorse dovuta al peggioramento delle condizioni del loro habitat, a voler essere obiettivi, non possono essere catalogati come poveri in quanto godono di una relativa buona qualità di vita.

Chi più chi meno predica su ciò che è meglio o peggio per l’Amazzonia e per quegli indigeni che qualcuno ha definito (nella maniera più razzista ed etnocentrica) poco più che pezzenti selvaggi. I più benevoli li hanno definiti poveri misericordiosi, quasi degli accattoni degni di compassione. Sono entrambe visioni parziali ed ideologizzate (e pertanto essenzialmente false) della realtà indigena.

 

Non c’è dubbio che, considerando gli standard ed i criteri economici delle società capitaliste, le popolazioni indigene si inseriscano in quella categoria definita “di povertà” o, addirittura, in quella di “povertà estrema”, questo perché i loro introiti non superano il dollaro diario pro capite. Bisogna comunque tenere presente che questo metodo di giudizio si basa solo sulle entrate economiche e sull’accesso ai servizi considerati fondamentali nell’ottica della civiltà occidentale (acqua potabile, luce elettrica, salute e scolarizzazione).

Ciò nonostante è necessario considerare la loro realtà da un’altra prospettiva. Nell’ambiente in cui per millenni hanno vissuto, agli indigeni non è mai mancato nulla (e la luce elettrica non era necessaria in quanto si sfruttavano a pieno le ore di luce): acqua pulita a sufficienza, benessere ed educazione adeguate alla loro realtà, cibo ed altre risorse essenziali in abbondanza, un ambiente naturale e sociale accogliente ed intimo ma soprattutto libertà, un privilegio negato anche a coloro i quali, vivendo nella società occidentale, si considerano più ricchi e fortunati. Tutto ciò non è da poco se paragonato al livello di accesso ai beni e ai servizi di un tipico “povero” di un quartiere urbano e soprattutto se paragonato alla realtà del contesto sociale ed ambientale degli indigeni. Anche se le società amazzoniche negli ultimi decenni stanno radicalmente cambiando attraverso una graduale integrazione all’economia di mercato e alla società nazionale, la crescita della popolazione e la sempre maggiore pressione sulle loro risorse naturali, possiamo affermare che è assolutamente ingiusto far rientrare gli indigeni nella categoria dei “poveri”; così come è assolutamente ingiusto definirli ignoranti poiché, in quanto a conoscenza del loro ambiente e alle capacità di gestirlo, sono autentici illuminati.

 

“Qualità della vita” versus “livello di vita”

Se si esaminassero le società indigene non intermini di “livello di vita” (valutato in base all’accesso ai beni ed ai servizi occidentali) ma piuttosto in termini di “qualità di vita” e quindi in relazione agli standard che le società indigene considerano soddisfacenti ed adeguate alle necessità e alle aspirazioni che loro stessi considerano come prioritarie, dovremmo di sicuro riconoscere che in realtà sono piuttosto ricchi (almeno se paragonati ad alcune aree urbane o ad alcune zone marginali).

A dimostrazione, l’esperienza di Andrés Nuningo, indigeno Wampis, che è diventato Presidente del Consiglio Aguaruna y Huambisa e, successivamente, sindaco di Río Santiago nella Regione Amazzonica. Durante uno dei suoi viaggi a Lima ha fotografato alcune persone costrette a cercare del cibo nella spazzatura a causa dell’immensa condizione di miseria in cui versavano. Mostrando queste foto ai suoi compaesani, disse loro.”Guardate il progresso. Prima questo era un comunero.

Nuningo descrive una interessante visione del progresso dal punto di vista degli indigeni sulla base di alcuni cambiamenti che la sua comunità ha sofferto: “Nella mia terra la mattina mi svegliavo sereno. Non dovevo preoccuparmi dei vestiti perché la mia casa era isolata, circondata dai miei orti e dalla montagna. In totale tranquillità restavo a guardare l’immensa natura del fiume Santiago mentre mia moglie accendeva il fuoco. Mi rinfrescavo nel fiume e con la canoa, alle prime luci del giorno, andavo a fare un giro per cercare qualche pesce o per catturare qualche animale. Senza preoccuparmi dell’orario rientravo a casa. Mia moglie mi accoglieva contenta; cucinava il pesce e mi serviva la mia pietanza mentre mi riscaldavo accanto al fuoco. Chiacchieravamo io, mia moglie ed i miei figli fino a quando la conversazione terminava. Poi lei andava alla chacra ed io mi dirigevo verso il monte insieme al mio figlio maschio. Camminando su per il monte, descrivevo a mio figlio la natura, la nostra storia, in base alla mia esperienza e secondo gli insegnamenti dei nostri antenati. Cacciavamo e tornavamo contenti con la nostra cacciagione. Mia moglie mi accoglieva felice, appena lavata e pettinata. Mangiavamo fino a sazietà. Se ne avevo voglia riposavo, altrimenti facevo visita ai miei vicini o mi occupavo dei miei lavori di artigianato; poi arrivava il resto della famiglia e bevevamo masato, ci raccontavamo storie e se la cosa prendeva la giusta piega, finivamo per ballare per tutta la notte.

Adesso con il progresso le cose sono cambiate. La mattina si lavora. Lavoriamo nelle coltivazioni di riso fino a tardi e torniamo a casa a mani vuote. Mia moglie è di umore tremendo; A malapena prepara un piatto di yucca con sale. Quasi non comunichiamo. Mio figlio va a scuola dove gli insegnano cose di Lima. Dopo la raccolta racimolare una miseria diventa una vera e propria lotta. Va tutto ai trasportatori e ai commercianti. A casa a mala pena riesco a portare qualche scatoletta di tonno e quel che è peggio è che con questo tipo di agricoltura la terra comunale si sta esaurendo e presto non ne resterà nulla. Già vedo tutti i miei compaesani frugare nelle discariche di Lima”. A qualcuno risulterà familiare questo modello di sviluppo delle monocolture e gli affari che certi progressisti vogliono potenziare nella selva per portare il progresso alle popolazioni indigene arretrate… Con l’aggravante, però, che il loro modello coinvolge i grandi investitori, cosa che porterà gli indigeni (che oggi sono liberi) a lavorare come braccianti.

 

Questo “sviluppo” è esattamente quello che gli indigeni hanno cercato di contestare con le loro clamorose proteste degli scorsi mesi. Questione di punti di vista A qualcuno potrebbe risultare assurdo che ci sia gente che preferisca vivere così nella selva. Certo, gli indigeni aspirano ad avere certe comodità e qualche beneficio dal progresso (come luce elettrica, televisione, acqua potabile), ma non credo che li pretendano a tutti i costi e non credo nemmeno che vogliano quel finto progresso del consumismo facile della società neoliberale; la maggior parte di loro ama la propria libertà, la propria vita, coerenti con la loro visione del mondo, come si usa dire adesso, e non sarebbero disposti a rinunciare a niente di tutto questo per avere ciò che invece altri considerano, a differenza loro, comodità fondamentali.

Non ho dubbi che molti di questi indigeni, per i quali qualcuno forse prova una certa compassione perché vestiti con sgualciti abiti occidentali, vivano una vita familiare e personale più appagante ed equilibrata e che quindi siano più felici di chi invece si considera superiore nella sua misera vita piccolo borghese; gente molto spesso avvolta nella più tremenda solitudine e nella più tremenda misera spirituale causata dall’individualismo competitivo della società occidentale in cui l’altro non è più un “fratello” ma un nemico: homo hominis lupus. Questo senso di fratellanza, di appartenenza ad un gruppo che lo accoglie, che lo apprezza per quello che è, è l’elemento essenziale della vita dell’essere umano ed è una delle più grandi mancanze delle città disumanizzate dei tempi moderni. Il basso tasso, tra gli indigeni, delle malattie moderne come lo stress, la depressione e l’angoscia (particolarmente comuni nelle società sviluppate) è la prova di ciò che fino adesso è stato detto.

 

Come diceva un dirigente durante una delle riunioni dell’Ente Nazionale per le Popolazioni Indigene, chi non mangia tagliatelle e non beve coca cola non vuol dire che viva in miseria. In termini prettamente umani di appagamento delle necessità non solo materiali ma anche spirituali, sociali ed emozionali, penso che le popolazioni indigene dell’Amazzonia stiano, nel complesso, molto meglio delle tante persone che vivono tormentate dalle piaghe familiari e sociali tipiche dell’emarginazione, dello sradicamento e del vivere in quelli che sono veri e propri tuguri delle periferie delle città.

Se le popolazioni indigene riuscissero a vincere i problemi di denutrizione (dovuta in buona parte al sovra sfruttamento delle risorse faunistiche e pescherecce), a superare la mancanza di entrate economiche per acquistare alcuni beni occidentali e se riuscissero a gestire e a dare valore aggiunto alle risorse che ancora abbondano nei loro territori, sono sicuro che potrebbero raggiungere una forma di sviluppo umano più integrale, armonica e sostenibile (dal punto di vista ambientale, sociale ed economico), esattamente ciò che le società urbane continuano a non voler considerare.

Per il momento le popolazioni indigene restano i depositari ed i guardiani di buona parte del ricchissimo tesoro della selva amazzonica e, se il mondo fosse un luogo giusto e corretto, sarebbero generosamente compensati per i servizi ambientali che prestano quei boschi che gli stessi indigeni curano da millenni e che conservano tesori genetici inestimabili per l’intera umanità. Ricchi senza ricchezza e felici senza oro.

 

José Alvarez Alonso - 19/02/2010

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