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Politiche » Il nuovo mondo di Brissot

 

Il nuovo mondo di Brissot : declinazioni della libertà

 

La seguente monografia sulla vita di J.P. Brissot, ad opera di Fernanda Mazzanti Pepe, rientra in un contesto più ampio di studi della storia del pensiero e delle istituzioni francesi tra antico regime e rivoluzione.

La Pepe, in particolare, nel prendere la decisione di conoscere meglio questo personaggio, fu stimolata dal Plan de conduite del 1789, un’opera in cui notò spunti di originalità e modernità nella riflessione su problemi che di lì a poco si sarebbero posti ai protagonisti della rivoluzione francese.

Dunque fu con l’obiettivo di esplicare la complessità e l’originalità del pensiero brissotino che l’autrice si apprestò, a partire dal 1987, a dedicare una serie di saggi all’analisi delle numerose opere di taglio politico pubblicate da Brissot che la portarono a produrre la biografia di un uomo generalmente ricordato solo come leader dei girondini.

In questa sede verrà estrapolata la prima delle tre parti che compongono “ Il nuovo mondo di Brissot “ avente titolo “ Declinazioni di libertà “. Oggetto di essa è l’itinerario intellettuale ed esistenziale di Brissot in cui si riflettono le inquietudini e le speranze di tutta una generazione impegnata a progettare, con diversi gradi di consapevolezza, un nuovo mondo, illuminato da una ragione rigeneratrice degli individui e della società.

Un personaggio indubbiamente complesso, ma proprio per questo affascinante. Diversi i ruoli simbolici che gli sono stati assegnati dalla storiografia: puro eroe rivoluzionario, apostolo incorruttibile della libertà, ambizioso senza scrupoli, traditore della causa rivoluzionaria. La certezza è che un’analisi adeguata di J.P Brissot non si sarebbe potuta fare senza tener conto delle varie sfaccettature dell’uomo, per certi aspetti emblematico del suo tempo, un’epoca di transizione, contraddistinta dalla convinzione che, al termine del percorso, si sarebbe raggiunto un mitizzato bonheur.

Come disse lui stesso dinnanzi al tribunale rivoluzionario, la sua vita fu subordinata al valore della libertà e al rifiuto di ogni genere di dispotismo, qualunque fosse la maschera dietro cui esso si celasse. Da questo importante dato caratteriale, si evince la sua radicalità che ci fa comprendere il perché non vi sia un cambiamento quando da filosofo si fa politico; in lui c’è la fiducia in una ragione reputata capace, in prospettiva, di realizzare una rivoluzione incruenta, fondata sul diritto naturale e creatrice di un nuovo diritto positivo, tale da garantire insieme ordine e libertà. Ne derivano, dunque, errori di valutazione, ma non certo scarsa comprensione della politica istituzionale in atto: di essa infatti vengono segnalati con lucidità caratteri e contraddizioni, soprattutto in ordine alle necessarie garanzie dei diritti di libertà degli individui e della società.

Nella prima delle tre declinazioni di libertà, ovvero la libertà dal pregiudizio, si evince quello che Brissot avrebbe voluto essere come uomo, soprattutto in riferimento al De la vérité, un’opera data alle stampe nel 1782 con l’autore non ancora trentenne e che è una ponderosa riflessione sul modo di giungere alla verità in ogni genere di conoscenza.

Per lui che ha come modello Seneca la filosofia è la via maestra, l’unica via del bonheur: l’autocoscienza rende forti, consente la piena realizzazione di sé, impedisce di essere sviati da pregiudizi o falsi valori; il filosofo è insomma un uomo forte e libero. Un uomo che non può che coltivare, nella meditazione solitaria di una vita virtuosa, il dubbio come strumento di conoscenza e che continuerà a cercare la verità, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di poterla raggiungere; sarà questa ricerca che condurrà a una visione ordinata e chiara del mondo.

Al filosofo si contrappone la categoria degli “ esseri volgari “ che è estremamente ampia e non riducibile a quella degli ignoranti: vi sono compresi coloro che in generale sono reputati “ dotti “ e, in primo luogo, gli accademici e i letterati. Questa contrapposizione, positività del philosophe da una parte e negatività di tutti gli altri dall’altra, ruota attorno alla possibilità o meno di essere felici e contraddistinguerà la polemica brissotina contro la cultura ufficiale del suo tempo, dominata dal “ pregiudizio accademico “.

L’atteggiamento di Brissot nei confronti della filosofia è totalizzante e fin dalla giovinezza è vista come l’unica via di salvezza dal pericolo di poter diventare uno di quegli esseri volgari destinati a soffrire e a far soffrire, pur senza volerlo, a causa della loro sottomissione al pregiudizio o alla superstizione; queste erano il tipo di persone che secondo lui abitavano il piccolo mondo di Chartres, a partire dal nucleo familiare, fino alla cerchia più ampia degli insegnanti, via via fino ai notabili del luogo, incapaci di sviluppare le proprie potenzialità, in quanto incapaci di guardare al di là degli stretti confini del rispetto di regole morali e religiose tradizionalmente accettate senza alcuno spirito critico: un mondo soffocante, pronto a rifiutare chiunque si discostasse da questi limiti.

La filosofia come scelta esistenziale, dunque, via maestra per la libertà, una scelta che nulla ha a che vedere con le mode o l’esteriorità, ma che risponde a un bisogno vitale, a garantire una promessa di felicità altrimenti irraggiungibile.

Da quanto detto sopra inizia il percorso intellettuale di Jacques Pierre che non si accontenta di acquisire conoscenze, ma mostra di voler andare al di là, attraverso la duplice operazione dello smascheramento e dell’esplorazione di territori sconosciuti, con una tenacia e una determinazione che presuppongono qualcosa di più della semplice ambizione, pur presente: appunto quel bisogno di libertà, tradotto in un primo tempo nella tensione al superamento, mediante la ragione, dei limiti in cui gli sembrava si muovesse la cultura del tempo; insomma una ricerca appassionata della verità condotta con l’entusiasmo, la radicalità e l’ingenuità del neofita.

Brissot intende andare al cuore dei problemi: non si tratta di studiare le lingue, ma di impadronirsi dei loro segreti meccanismi; occorre superare le angustie del diritto, per scoprire quel che vi si cela e se, come nel caso del diritto canonico, esso apparisse come un’indebita legittimazione del potere di Roma, non resta che smascherare l’inganno per annientare un’autorità usurpata. In riferimento all’annientamento dell’autorità legislativa di Roma la sua tesi è semplice: su un cristianesimo primitivo “ democratico “, in cui l’autorità risiede nell’assemblea dei cristiani, priva di alcun principio di gerarchia, per usurpazioni successive si è stabilita l’autorità dei vescovi e la supremazia del papa, indebita sia sul piano spirituale che su quello temporale.

Nelle Recherches, il jeune philosophe, ci fa capire come le istituzioni sociali con il diritto di proprietà privata canonizzino ciò che per natura è “ un crimine “ e che tale diritto non è che una “ invenzione sociale, totalmente in opposizione al diritto della natura “: ne consegue l’asserzione “ è il ricco il solo rubare “ con la precisazione che ci si riferisce al solo “ stato di natura “ e non allo “ stato sociale “ in cui è giusto garantire la proprietà del cittadino.

I modelli contemporanei di Brissot sono Rousseau e Condillac: il primo per la capacità di far amare la “ virtù “ e il secondo per il dono di avvicinarsi alla verità, ancor più di Locke ed Helvétius. Per suffragare l’eccellenza di Condillac, J.P. fa riferimento al Traité des systèmes, in cui c’è un’efficace contestazione del metodo di costruire dei sistemi sulla base di principi generali, siano essi le idee innate di Descartes, le visioni eterne di Malebranche, le monadi di Leibniz o la sostanza unica di Spinoza: teorie tutte accomunate dal fatto di contenere lo stesso abuso di parole astratto o figurato.

In un appunto manoscritto non datato sostiene che la tranquillità dell’anima è il vero bonheur del filosofo, mentre la tranquillità pubblica è quella della società, aggiungendo che, quando il filosofo non può contribuire a questa, deve occuparsi dell’altra. C’è sempre una continua circolarità tra riflessione personale e pensiero politico, tra privato e pubblico, in cui va ricercata una chiave di lettura delle sue opere e della sua attività politica.

La seconda declinazione di libertà è la libertà dall’oppressione; il “ giovane adepto della filosofia “ è ormai lontano dal concepirla come uno spazio libero in cui la ragione provi tutte le sue potenzialità, in un gioco quasi fine a se stesso, ed è impegnato a consultare piuttosto una ragione finalizzata alla prassi, alla formulazione di proposte derivanti da un esame razionale dei fatti, da un ristabilimento della verità, e suscettibili di una concreta anche se non immediata realizzazione. Occorre essere uomini utili le cui opinioni sono caratterizzate dall’amore del vero e le azioni dalla virtù, volti a formare l’opinione pubblica, cioè a diffondere la verità più che proclamarla.

Brissot è sostanzialmente più moderato rispetto ai suoi esordi nel mondo delle lettere e questo per precauzione dalle varie censure, ma nonostante il nuovo stile, la Théorie suscita scandalo: appare chiaro che si tratta di toni più che di sostanza e che il messaggio ivi contenuto era comunque forte, e tale da scardinare l’intero impianto della cultura d’antico regime in materia.

L’autore attua una ricerca di spazi di libertà dall’oppressione del potere coercitivo dello Stato che lo conduce inevitabilmente a riflessioni, a formulazioni di principi che vanno al di là dei limiti da porre, in nome della libertà individuale, al potere di punire, e che rinviano inevitabilmente al problema di un necessario mutamento nella forma di governo.

Inoltre secondo Brissot garantismo e umanitarismo si devono unire all’utilitarismo del rapporto delitto-pena, secondo cui ogni pena deve essere utile o proscritta; infine la prigione, in quanto pena, è considerata un’atrocità giudiziaria nei confronti di chi non è ancora giudicato colpevole. In pratica l’obiettivo è il raggiungimento di un equilibrato rapporto tra stato e società, capace di garantire insieme i diritti della società nel suo complesso e gli insopprimibili diritti di libertà degli individui.

La terza ed ultima declinazione di libertà riguarda insieme la libertà civile e la libertà politica; in riferimento ad esse J.P. parla dell’Inghilterra e fa degli accenni al “ mito americano “.

Brissot alterna gli elogi della libertà americana, senza una decisa contrapposizione, con quelli della libertà inglese. L’America è solo una speranza, mentre l’Inghilterra ha una lunga storia di libertà, che può e deve ancora essere proposta a modello ad un’Europa che ne è ancora lontana.

L’autore però non risparmia critiche e, suffragando Williams, sostiene che in Inghilterra come la libertà civile è stata migliorata, la libertà politica è stata annientata e J.P. intende per libertà civile la “ salvaguardia dei diritti del cittadino “ e per libertà politica quella dei diritti della “ nazione “; l’una serve di base all’altra, e mentre la prima “ lega le mani del cittadino, gli impedisce di nuocere al cittadino “, la seconda “ lega le mani del governo, gli impedisce di nuocere alla società “.

Nel contempo, all’interno del Licée, vi è un primo accenno agli Stati Uniti in cui emerge un’appassionata condivisione del mito americano, che si sta diffondendo nell’opinione pubblica, attraverso l’immagine di una terra dove si può vivere liberi e felici, e non ancora l’elaborazione di un modello politico alternativo, di cui tale immagine costituisce però una fondamentale premessa.

 

Stefano Parisi

25 marzo 2009

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