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Il paradosso della green economy

La green economy si presta a coltivare la grande illusione di poter continuare a produrre e consumare come e più di prima, senza fare i conti con il carico di illegittima appropriazione e distruzione di risorse comuni all’intera umanità (presente e a venire) che ciò comporta.

Siamo ad un passo dall’Eldorado. In barba ai profeti di sventura, ancora una volta sarà la tecnologia ( green) a salvarci. Magari non tutti lo raggiungeranno in tempo. Qualche decina di milioni di “profughi ambientali” si perderanno per strada, risucchiati dalla “lenta” catastrofe climatica: desertificazione, salinizzazione, erosione e perdita di fertilità dei suoli agricoli. (Non dimentichiamoci che un terzo della popolazione della Terra vive ancora del proprio lavoro contadino). Altri (un altro terzo della popolazione vive inurbata negli inferni degli slum delle megalopoli) non potranno usufruire delle costose opere di mitigazione degli effetti e di adattamento al caos climatico: desalinizzazione dell’acqua del mare, combustibili alternativi, aria condizionata, barriere di difesa contro l’eustatismo, ecc. ecc. Ma per chi ha le risorse economiche sufficienti la meta è a portata di mano. Nei pacchetti anticongiunturali di “stimolo” dell’economia varati da tutti i governi del mondo (a partire da Cina, Usa, Germania, Francia, nell’ordine di grandezza degli impegni) spiccano i programmi di Clean Energy, Low Carbon, Eco-tech, ecc. Una New Deal verde, tanti piani Marshall ambientalisti, una nuova “grande transizione”.

Danimarca e Germania hanno già varato piani energetici che prevedono la decarbonizzazione (fossil free) delle loro economie in quarant’anni. Giusto in tempo per fronteggiare l’esaurimento del petrolio (previsto per metà secolo). Il miracolo si chiama efficienza (la riduzione dei flussi di energia e di materie prime impegnate nei cicli produttivi e di consumo) e fonti alternative: eolico, fotovoltaico, biomasse. Chi avrà in mano queste tecnologie non solo salverà sé stesso dalla crisi di approvvigionamento dovuta dalla progressiva, inevitabile rarefazione delle materie prime, senza risentirne, ma anzi potrà vendere brevetti, licenze, macchinari ai competitor più arretrati. Insomma, i più lungimiranti, chi ha più soldi da metterci ora, potrà ricavarne più domani. Il giro di affari della green economy ha raggiunto i 530 miliardi di dollari (il Pil della Svizzera), ci informava il Sole 24 ore. C’è già chi è pronto a giurare che la prossima “bolla speculativa” riguarderà proprio il comparto specializzato dei fondi di investimento “verdi”: acqua, biocarburanti, energie rinnovabili in genere. L’imposizione di standard ambientali (di emissione, di riciclabilità, ecc.) sempre più stringenti creeranno il mercato necessario per piazzare i nuovi prodotti “ecocompatibili”. Sembra una partita win-win: ci guadagna l’ambiente, ci guadagna anche il capitale investito. Così anche l’ultimo negazionista del climate change si è pentito. Nuclei di resistenza sono rimasti solo nel Ministero dell’Ambiente italiano e nelle miniere di carbone in Polonia. Chissà perché?

Vediamo la questione più da vicino. Non si tratta solo di recuperare e introdurre pratiche virtuose di lotta agli sprechi, autoproduzione decentrata di energia elettrica, riciclo di materiali, ecc. La novità sono i grandi impianti solari nelle aree desertiche sahariane: il progetto del consorzio Desertec capeggiato da imprese tedesche e quello Transgreen capeggiato da imprese francesi per l’installazione di impianti solari a concentrazione con annessa rete “super grid” per rifornire il 15% del fabbisogno elettrico di tutta l’Europa entro il 2050. Per di più tali impianti possono contemporaneamente anche desalinizzare l’acqua del mare, pronta per imbottigliarla e venderla agli Emirati. Vista dal satellite la superficie necessaria per soddisfare con tecnologie solari la domanda elettrica mondiale (un quadrato di 300 Km di lato) appare poca cosa rispetto alla superficie totale dei deserti del pianeta. Fattibile. Stesso scenario per il grande eolico offshore: è stato calcolato che tra vent’anni potrebbe soddisfare il 30% della richiesta elettrica europea. Aggiungiamoci le alghe appositamente coltivate negli oceani per farne biocarburanti e risolveremo anche il problema di cosa mettere nelle automobili (a basso consumo, ibride e a car sharing, si intende) senza sottrarre terra all’agricoltura.Il trionfo della tecnologia verde ci farà uscire dalla crisi economica e ambientale in un colpo solo. Sarà vero?

Ci sono dati di fatto e teorie comprovate che contraddicono l’ottimismo messo in scena dai fautori della industria verde. Il “consumo di natura” procapite, di materiale netto (minerali, combustibili, biomasse, ecc.), (vedi le tabelle Physical imput-output dell’Istat, segnalate da Giorgio Nebbia) continua ad aumentare anche nella “matura” Europa, nonostante diminuisca l’incidenza del costo dei materiali sul Pil. Evidentemente aumenta l’efficienza dei processi di trasformazione, ma ciò fa aumentare – non diminuire - i loro consumi. Si chiama effetto Jevons, dal nome dell’economista che a metà Ottocento non si capacitava del fatto che le nuove caldaie a vapore pur aumentando la resa energetica non facessero diminuisse l’uso del carbone. Se una famiglia risparmia nella bolletta della luce (ad esempio, installandosi un pannello solare) non è affatto detto che sia intenzionata a ridurre i consumi: anzi è più probabile che aumenti la dotazione e l’uso di elettrodomestici vari. Si chiama anche “trappola tecnologica”: l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.

Anche i consumi mondiali delle commodities (riso brillato, mais, zucchero, cotone, semi di soia, rame …) e dei materiali riciclabili (ferro, carta, legno…) sono in enorme aumento, nonostante la crisi. Per non parlare dei consumi di petrolio che continuano ad aumentare ad un ritmo dell’1,2% all’anno: un vero “incubo energetico”, verso l’ Oil Crunch, il raggiungimento del picco della capacità produttiva ipotizzata a 87 milioni di barili all’anno nel 2012. Poi, incomincerà una discesa precipitosa.

Nonostante le molte chiacchiere, non siamo ancora entrati nell’era dell’economia post-materialista, della società dei servizi e al plusvalore “evoluto” estratto solo dalla produzione dei beni cognitivi. I supporti fisici dell’economia sono ancora decisivi. Anche per la auspicata riconversione ambientale industriale. Pensiamo solo al silicio (necessario per i pannelli solari), al litio (per le batterie elettriche, il cui valore è passato in pochi anni da 350 a 3.000 dollari la tonnellata), ai minerali e alle “terre rare” (tantalio, tungstenio, ecc.) necessari per microprocessori, telefonini e per tutte le nanotecnologie. Ha ricordato il commissario Ue al Commercio, il belga Karel De Guch (il Sole 24 ore del 19 novembre 2010), che le difficoltà delle imprese europee nell’approvvigionamento di materie prime si stanno facendo sempre più acute: “le carenze rappresentano un rischio sistemico per l’economia”. tanto che: “la Ue ha delineato la possibilità di prevedere ritorsioni economiche (toh!) contro paesi che ostacolano le esportazioni di materie prime”.

Ho l’impressione che se la green economy seguirà le regole dettate dal market system poche speranze ci saranno di sfuggire alla catastrofe climatica. Né il mercato, né le tecnologie ci salveranno. La riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 nei prossimi 40 anni, il rientro dentro la soglia delle 350 parti per milione di CO2 in atmosfera, il contenimento dell’aumento della temperatura in un grado centigrado a fine secolo… sono tutti obiettivi che non si raggiungono se non mettendo mano al “profilo metabolico” delle nostre società (come dice Juan Martinez Alier) tendo conto della doppia insostenibilità della situazione attuale: verso la natura (limiti delle risorse disponibili) e verso i nostri simili poveri (distribuzione ineguale, ingiusta e disumana delle limitate risorse disponibili). Il sociologo Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita, ha scritto: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso”.

La green economy, quindi, si presta a coltivare la grande illusione di poter continuare a produrre e consumare come e più di prima, senza fare i conti con il carico di illegittima appropriazione e distruzione di risorse comuni all’intera umanità (presente e a venire) che ciò comporta.

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