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Una moltitudine inarrestabile

 

di   Paul Hawken

 

Consultai i documenti governativi disponibili per i diversi paesi e, utilizzando i dati dei censimenti fiscali, valutai in circa 30.000 il numero delle organizzazioni ambientaliste sparse per il mondo; quando poi presi in considerazione anche quelle per la giustizia sociale e per i diritti delle popolazioni indigene il numero superò le 100.000. Successivamente, feci delle ricerche per capire se era mai esistito un movimento uguale a questo per dimensioni o finalità, ma non riuscii a trovarne uno, passato o presente che fosse. Più indagavo, più approfondivo e più il numero continuava a salire: trovavo elenchi, indici e piccoli database specifici per settori o aree geografiche. Avevo iniziato un percorso che mi avrebbe portato molto più lontano di quanto avessi immaginato. Realizzai subito che la mia valutazione iniziale di 100.000 organizzazioni era sottostimata di almeno dieci volte, e attualmente credo che esistano più di un milione, forse anche due, di organizzazioni che operano per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale.

In base alle definizioni convenzionali, questa immensa varietà di individui impegnati non costituisce un movimento. I movimenti hanno leader e ideologie. Le persone “aderiscono” ai movimenti, ne studiano i testi e si identificano con un gruppo. Leggono le biografie del fondatore e ascoltano i suoi discorsi, con registrazioni o dal vivo. In breve, i movimenti hanno dei seguaci. Tuttavia, questo movimento non corrisponde ai modelli tradizionali. È frammentato, non organizzato e orgogliosamente indipendente. Nessun manifesto o dottrina, nessuna autorità che eserciti un controllo. Prende forma in scuole, fattorie, giungle, villaggi, aziende, deserti, aree di pesca, slum, persino negli alberghi di lusso di New York. Uno dei tratti che lo caratterizza consiste nel suo essere un movimento umanitario globale che, timidamente, sta emergendo dal basso verso l’alto. Una moltitudine unita da una condizione che non ha precedenti: il pianeta ha una malattia, caratterizzata da pesante degrado ecologico e rapidi cambiamenti climatici, che mette a rischio la sua esistenza.

 

A mano a mano che calcolavo il numero delle organizzazioni, nella mia testa si affacciò il dubbio di essere testimone della crescita di qualcosa di organico, se non biologico. Piuttosto che un movimento nel senso tradizionale del termine, non potrebbe trattarsi di una risposta istintiva e collettiva alla minaccia? La sua natura frammentaria non potrebbe rispondere a esigenze connaturate ai suoi scopi? Quali sono i meccanismi alla base del suo funzionamento? Qual è la sua velocità di crescita? E la natura dei suoi collegamenti? Perché continua a essere ignorato? Ha una storia? Riuscirà a fronteggiare con successo quelle problematiche che i governi non sono stati in grado di risolvere: energia, occupazione, conservazione, povertà e riscaldamento globale? Diventerà centralizzato o continuerà a essere frammentario? Si sfalderà davanti a ideologie e fondamentalismi?

 

Il movimento ha tre radici che sono diventate sempre più interdipendenti:

l’attivismo ambientalista,

le iniziative per la giustizia sociale

e la resistenza delle culture indigene alla globalizzazione.

Nell’insieme, esprime l’esigenza della maggior parte delle persone di tutto il mondo di difendere l’ambiente, cercare la pace, rendere veramente democratici i processi decisionali e le politiche, reinventare i governi dal basso e migliorare la vita di donne, bambini e poveri. Nel corso della storia, eserciti, corporazioni, capi religiosi e zeloti politici hanno sopraffatto la maggioranza, che nel nostro mondo al rovescio viene considerata una minoranza.

 

Oggi ci troviamo davanti al dilemma di quale standard costituirà la prova più significativa di progresso. Sarà la semplice misura dell’accumulo di beni materiali, come il PIL, o saranno la salute del pianeta e dei suoi abitanti? Giustizia sociale e cura della Terra procedono in parallelo: un abuso in un campo comporta uno sfruttamento nell’altro. Gli schiavi, i servitori e poveri sono le foreste, il suolo e gli oceani della società; ognuno di essi rappresenta un plusvalore ripetutamente sfruttato da coloro che detengono il potere, governi o multinazionali che siano.

Il nostro destino dipende da come concepiremo e tratteremo ciò che rimane dei plusvalori del pianeta – le terre, gli oceani, la diversità delle specie e le persone.

[omissis]

 

In molte culture indigene non esiste una separazione fra movimento sociale e movimento ambientalista, perché ambiente e società non si sono mai separati. Ogni singola particella, ogni pensiero e ogni essere vivente, persino i nostri sogni, sono l’ambiente; ciò che facciamo al nostro prossimo si riflette sulla Terra, esattamente come ciò che facciamo alla Terra si riflette nelle nostre malattie e nella nostra insoddisfazione.

C.S. Lewis ha scritto:

Ciò che noi chiamiamo potere dell’uomo sulla natura si rivela essere potere dell’uomo sull’uomo per mezzo della natura”.

A causa di questa frattura fra esseri umani e natura, nel movimento giustizia sociale e ambientalismo si sono sviluppati separatamente, ognuno con la sua storia. Le culture indigene forniscono le basi per comprendere le due parti come una sola.


Diversamente dalle culture indigene, i cui mondi sono localizzati, intimi e familiari, noi viviamo nell’era dei giganti. In un solo giorno estraiamo dal suolo 85 milioni di barili di petrolio e li bruciamo. Nello stesso giorno, riversiamo nell’atmosfera i residui di oltre 12 miliardi di chili di carbone. Cento milioni di sfollati vagano sulla Terra senza una casa. Un’azienda, WalMart, dà lavoro a 1,8 milioni di persone. Nel 2006 i profitti di ExxonMobil sono ammontati a circa 40 miliardi di dollari, una cifra sufficiente a fornire acqua potabile al miliardo di persone che non ce l’ha. Abbiamo sterminato il 90% di tutti i grandi pesci degli oceani. La casa di Bill Gates ha una superficie di più di 6.000 metri quadrati e costa circa 100 milioni di dollari. Non sorprendentemente, in questo mondo così instabile e mal organizzato le persone non sanno di contare, di avere un valore.

 

Una civiltà globale sana non può essere costruita senza mattoni intagliati nei diritti e nel rispetto. Per gli esseri umani i significati sono costituiti da eventi, ricordi e piccoli atti di dignità: doni che raramente provengono dalle istituzioni e mai dalla teoria. A mano a mano che le più piccole componenti del mondo si saldano in una totalità globalizzata, l’unica cosa che non possiamo più permetterci è la grandiosità. Ciò significa smantellare bombe, grandi dighe, ideologie, contraddizioni, guerre e grandi errori.

 

Nel mezzo di un ritrovo mondiale di siffatti giganti, persone normali e speciali stanno ricostruendo la nozione di essere umano. Si organizzano nel più grande movimento della storia del mondo, un movimento che vive solo tramite una persona per volta.

Come si diventa un ambientalista o un difensore dei diritti umani? Non esistono missionari. Non esistono inserzioni che offrano lezioni. Le persone coinvolte devono compiere da sole un lavoro di elaborazione e trovare colleghi che facciano loro da guida. I movimenti sono espressioni di un cambiamento di atteggiamento e il modo in cui un singolo arriva a comprendere la sua responsabilità verso una totalità più grande rappresenta un’esperienza unica. Tutte le organizzazioni per la giustizia sociale possono far risalire le loro origini a circa 220 anni fa, quando tre quarti del mondo era ridotto in una forma o l’altra di schiavitù. Nel 1787, una dozzina di persone iniziò a riunirsi in una piccola tipografia londinese per abolire il redditizio commercio degli schiavi. Venivano insultate e scacciate da uomini d’affari e politici. Si diceva che le loro idee folli avrebbero distrutto l’economia inglese, lo sviluppo e i posti di lavoro, sarebbero costate troppo e avrebbero abbassato gli standard di vita. Inoltre, i critici facevano notare che l’abolizione era promossa da un piccolo gruppo di provocatori ed estremisti che non avevano alcuna esperienza di commercio o affari. Alla fine, l’audacia di questa prima espressione di società civile fu ricompensata e, sessant’anni dopo, la schiavitù fu abolita per legge praticamente ovunque.

Oggi il mondo si trova davanti a un compito molto più difficile dell’abolizione della schiavitù: prevenire perdite irreversibili nella capacità del pianeta di supportare la vita. Le argomentazioni contro l’abolizione della schiavitù enunciate nel Palazzo del Parlamento alla fine del XVIII secolo sono identiche a quelle utilizzate oggi per spiegare perché la nostra economia non può passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, perché non è possibile offrire a tutti posti di lavoro con un salario minimo garantito o difendere i cieli, le foreste e le risorse idriche.

 

Se vogliamo sopravvivere, ogni cittadino deve concorrere a raggiungere questo obiettivo, e ciò non sarà possibile se non interromperemo questa guerra mondiale ai poveri e se non avvieremo un percorso di ripresa che porti rispetto, dignità e autostima per tutti.

Nel bene e nel male, occupiamo oggi un pianeta umano, e guidiamo molte delle sue forze evolutive. Il clima non è solo un processo a cui siamo soggetti, ma anche una serie di dinamiche complesse di cui siamo diventati involontariamente e improvvisamente responsabili. Le azioni umane influiranno sul destino di tutti gli esseri viventi, perché non esiste un luogo sul pianeta da cui le nostre attività sono assenti. Anche se gli alti livelli di corruzione e violenza che ci colpiscono dai titoli dei quotidiani indicano altrimenti, possiamo essere grati del fatto che l’umanità sia in grado di imparare.

Il 15 febbraio 2003, in ottocento città di tutto il mondo, tra i 6 e i 10 milioni di persone scesero in piazza per protestare contro l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Fu la più grande dimostrazione pubblica organizzata della storia, con 2 milioni di manifestanti nella sola Roma.

Due giorni dopo, sul New York Times, Patrick Tyler scrisse che le dimostrazioni erano “un promemoria del fatto che sul pianeta esistono ancora due superpoteri: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale”. Fu una buona battuta e altri la colsero al volo, dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan a Jonathan Schell. È tuttavia possibile mettere a confronto in maniera appropriata le due entità? Sulla Terra c’è un solo superpotere, in base alle definizioni degli indici di potere militare e finanziario; paragonato ad esso, il movimento appare povero e disarmato, ma è guidato da una forza interiore, un’energia dal basso che si potrebbe definire come una risposta fisiologica della nazione. Probabilmente, chiunque legga questo libro è parte di tale forza, anche se indirettamente.

 

Vedere le cose invisibili che ci stanno davanti richiede un’evoluzione delle nostre concezioni di potere e cambiamento. Una ben nota battuta in campo biologico dice che una gallina è il mezzo di un uovo per fare un altro uovo. In egual modo, siamo stati noi a coltivare le piante per creare l’agricoltura o sono state le piante a utilizzare gli agricoltori per farsi coltivare? Da un punto di vista coevoluzionista, entrambe le affermazioni sono vere. Qual è la differenza fra uno scoiattolo che seppellisce le ghiande nella foresta e gli esseri umani che piantano patate in tutto il mondo? Chi è il padrone e chi il servitore? Chi fornisce alimentazione, le ghiande e le patate o chi le coltiva? L’evoluzione non è un progetto o una volontà; è piuttosto il risultato di tentativi effettuati in maniera costante da organismi che desiderano sopravvivere e migliorarsi.24 Il risultato complessivo è bellissimo, pieno di contraddizioni ed estremamente interessante, anche se molto caotico.

 

L’evoluzione si sviluppa dal basso verso l’alto e lo stesso fa la speranza. Quando un incendio distrugge una foresta, le specie e le piante che scompaiono ricompariranno con il trascorrere del tempo. I semi, che sono rimasti dormienti per decenni e che germinano solo se esposti a calore intenso, si risvegliano, tirano fuori le foglie e, in primavera, i boccioli. Queste piante possono essere dotate di fittoni profondi che estraggono i minerali o di foglie larghe che creano un tetto che protegge lo strato superficiale del terreno da sole e pioggia. Più antica è la foresta, maggiore è la sua resilienza, ovvero la sua capacità di rigenerarsi. L’umanità è più antica della più antica foresta. La sua capacità di adattamento e di resilienza è ampiamente sottostimata. L’evoluzione è ottimismo in azione.


Il destino dell’umanità è quello di essere costretta a migliorarsi. Questo libro cerca di capire se una parte significativa dell’umanità ha trovato una nuova serie di tratti adattivi e narrazioni più affascinanti dei fondamentalismi ideologici che hanno provocato così tanta sofferenza agli esseri umani. I racconti ripetuti troppe volte iniziano a perdere efficacia, esattamente come succede alle società, ma l’umanità può anche dare vita a storie nuove.

 

Come scrive William Kittredge:

“una società, in grado di darsi un nome, vive nelle sue storie, le arreda e le abita. Saliamo sulle storie come su zattere, o le dispieghiamo su un tavolo come mappe. Esse falliscono sempre, alla fine, e devono essere reinventate. Il mondo è troppo complesso per i nostri schemi, soprattutto se deve rientrarci per lungo tempo”.25

Quante nuove narrazioni e nuovi gruppi saranno necessari prima che il mondo riconosca la sua capacità evolutiva e non solo la sua bassezza?

Le storie sono più grandi di noi, e la loro vastità ci regala una certa flessibilità per sognare. È per questo che gli occhi dei bambini si illuminano e guardano lontano quando leggiamo loro i racconti di elfi, re ed Ent. Le nostre famiglie e comunità creano un legame fra noi e le narrazioni vecchie e nuove, guidandoci a “imparare nella luce”.

Questo movimento costituisce una nuova forma di comunità e di storia.

In quale punto della nostra storia futura l’esistenza di organizzazioni guidate da 2, 3 o 5 milioni di cittadini ci renderà consapevoli della possibilità di aver cambiato significativamente le modalità con cui gli esseri umani si organizzano e si governano?

Quali sono le caratteristiche necessarie per la leadership, quando il potere si origina dal basso invece di scendere dall’alto?

Che aspetto ha una democrazia in cui il potere non è detenuto da un minoranza?

Cosa cerca un mondo in cui le soluzioni ai nostri problemi arrivano dal basso?

Cosa accadrà se entriamo in una fase di transizione dello sviluppo umano, in cui ciò che funziona risulta invisibile, perché molti sguardi sono rivolti al passato? Cosa accadrà se alcuni valori fondamentali vengono nuovamente diffusi in tutto il mondo e incoraggiano complesse e significative reti sociali che rappresentano i governi futuri?

Queste sono solo alcune delle domande poste collettivamente da un movimento che deve ancora riconoscersi come tale

 

I nostri sistemi immunitari, solo loro, ci proteggono dal diventare, all’improvviso,
qualcun altro. Siamo quello che siamo solo perché in ogni momento di ogni giorno
ci difendiamo. E noi siamo tutto. Siamo parte di altri. Ritratti dipinti da qualche
parte fra il nostro cervello e il timo. Siamo le schifezze che abbiamo mangiato e le
canzoni che abbiamo cantato. Siamo la luce delle stelle e l’oscurità antica al di là
di ogni immaginazione. Siamo nello stesso tempo fuochi spontanei e acqua
consacrata. Siamo fede e perdono.
Siamo la nostra stessa morte e l’eterno pensiero degli altri.

Gerald Callahan, Faith, Madness, and Spontaneous Human Combustion1

Una delle bellezze della biologia consiste nel fatto che le sue realtà diventano le nostre metafore.
Kenny Ausubel, Nature’s Operating Instructions2

 

Negli anni Sessanta, Sir James Lovelock iniziò a prendere in esame la possibilità che la Terra potesse essere un unico organismo vivente. L’ipotesi Gaia, come più tardi lui stesso la chiamò, asserisce che, nel creare le condizioni favorevoli alla vita, la Terra dimostra caratteristiche di autorganizzazione e autoregolazione simili a quelle degli organismi viventi. Due secoli prima, Immanuel Kant e l’economista francese Jacques Turgot immaginarono l’umanità stessa come un’entità simile, un sistema dotato di alcuni degli attributi di un organismo. Non furono gli unici. Da Spinoza a Gandhi, da Lewis Thomas a Teilhard de Chardin, filosofi, maestri religiosi e scienziati si sono chiesti se la razza umana non fosse interconnessa con modalità misteriose e inesplicabili. “Insieme, la grande massa di menti umane di tutta la Terra sembra comportarsi come un sistema vivente coeso” scrisse Thomas.

 

Una delle differenze fra il movimento dal basso che sta esplodendo in tutto il mondo e le ideologie consolidate consiste nel fatto che il movimento sviluppa le sue idee sulla base dell’osservazione, mentre le ideologie agiscono basandosi su credenze o teorie: la stessa distinzione che, al tempo di Charles Darwin e William Paley, differenziava l’evoluzionismo dal creazionismo, la stessa che George Soros opera fra società chiuse e società aperte. Darwin non tentò di confutare il creazionismo. Da scienziato sul campo qual era, cercò invece di dare un senso alle prove che aveva raccolto durante il viaggio a bordo dell’HMS Beagle. Nello stesso modo, il movimento non cerca di confutare il capitalismo, la globalizzazione o il fondamentalismo religioso, ma prova a dare un senso a quanto scoperto nelle foreste, nelle favelas, nelle fattorie, nei fiumi e nelle città.

 

Il movimento ha ideologi? Certo, ma fondamentalmente è composto da quella parte di umanità che si è assunta il compito di proteggere e salvare se stessa. Se ammettiamo che la metafora dell’organismo unico sia applicabile all’umanità, possiamo immaginare un movimento collettivo che protegga, ripari e ricostruisca la capacità di quell’organismo di resistere alle minacce. Se così fosse, quella stessa capacità di risposta funzionerebbe come un sistema immunitario, che opera indipendentemente dalla volontà del singolo individuo. In particolare, l’attività condivisa di centinaia di migliaia di organizzazioni non profit può essere interpretata come la risposta immunitaria dell’umanità a tossine come corruzione politica, disordine economico e degrado ecologico.

Proprio come il sistema immunitario riconosce le cellule del proprio organismo da quelle estranee, il movimento distingue tra sé e nonsé. Proprio come il sistema immunitario rappresenta la difesa interna che consente a un organismo di perdurare nel tempo, la sostenibilità costituisce una strategia dell’umanità per continuare a esistere. La parola immunità viene dal latino im munis* che significa “pronto all’uso”.4Normalmente, il sistema immunitario viene descritto con una terminologia militare: un ministero della difesa biologico armato per combattere gli organismi invasori.5 Nell’esempio classico, gli anticorpi si attaccano agli invasori molecolari, che poi vengono neutralizzati e distrutti dai globuli bianchi. Semplice ed elegante; tuttavia, il processo di risposta agli invasori e alle malattie risulta molto più complesso e interessante.

Al centro dell’immunità c’è un miracolo di recupero e ripristino, poiché si verificano situazioni in cui il nostro sistema immunitario è indebolito. Stress, sostanze chimiche, infezioni, mancanza di sonno e una dieta pove ra possono travolgere il sistema e portarlo al collasso. Quando ciò accade, possono riaffiorare vecchie patologie, mentre la protezione da quelle nuove viene a mancare. Gli agenti patogeni crescono rapidamente e sembrano prendere il potere, e arriva un momento in cui la morte è molto vicina. A quel punto, a seconda dei casi, può accadere qualcosa di apparentemente straordinario: il crollo immunologico rallenta e si ferma, la nostra vita rimane sospesa finché non iniziamo a guarire come se avessimo trovato il filo d’Arianna, un ritorno alla ribalta degno di una trama di Hollywood. I meccanismi attraverso i quali il sistema immunitario, disorientato e confuso, riesca a invertire la tendenza e a riprendersi non sono ben chiari: qualcuno potrebbe parlare di mistero.

 

Nel suo libro La rete della vita Fritjof Capra scrive:

“L’intero sistema assomiglia più a una rete come internet che a soldati in cerca di nemici. Gradualmente, gli immunologi hanno dovuto cambiare la loro percezione, da un sistema immunitario a una rete immunitaria”.

Francesco Varela e Antonio Coutinho descrivono un sistema immunitario più simile a un sistema intelligente, vivente, in grado di apprendere e autoregolarsi; in pratica, quasi un’altra mente. Il suo funzionamento non dipende dalla sua potenza di fuoco, ma dalla qualità delle sue connessioni. Invece di “cellule interne” che distruggono automaticamente “cellule esterne”, si genera una risposta mediata agli agenti patogeni, come se, milioni di anni fa, il sistema immunitario avesse imparato a essere conciliante e, conoscendo i potenziali avversari, fosse in grado di fornire una risposta più saggia di quella istantanea, tesa al raggiungimento di un equilibrio più adeguato rispetto alla distruzione completa. Il sistema immunitario dipende dalla sua diversità per conservare la sua resilienza, grazie alla quale può mantenere l’omeostasi, rispondere alle sorprese, imparare dagli agenti patogeni e adattarsi ai repentini cambiamenti. Le implicazioni mediche sono chiare: per sconfiggere il cancro e le infezioni, dobbiamo capire come aumentare le connessioni della rete immunitaria piuttosto che l’intensità della sua risposta.

In maniera simile, la rete di organizzazioni molto diverse che prolifera oggi nel mondo può costituire una difesa contro l’ingiustizia migliore persino di un F16. La connettività consente a questa rete di concentrarsi su un’attività e di convogliare le loro risorse in maniera precisa e parsimoniosa. Queste organizzazioni ottengono successi crescenti ricercando il consenso all’interno di democrazie “artigianali”, dove nessuno detiene tutto o troppo potere: la loro forza si basa sul dialogo e la sincerità. I computer, i telefoni cellulari, la banda larga e internet hanno creato le condizioni perfette per unificare anche le realtà più marginali.

 

Secondo Kevin Kelly, autore di Out of Control, internet è formato da un quintilione di transistor, un bilione di collegamenti e da un milione di email inviate ogni secondo. La legge di Moore, in base alla quale ogni 18 mesi le prestazioni dei processori raddoppiano e il loro prezzo si dimezza, si accorda con la legge di Metcalfe, che afferma che l’utilità di una rete aumenta in maniera esponenziale al crescere del numero degli utenti. Ciò vale tanto per le grandi aziende quanto per le piccole ONG, ma sono queste ultime a trarne i maggiori vantaggi, dato che le due leggi valgono più per le reti piccole che per quelle grandi. Le grandi organizzazioni non hanno bisogno di reti, mentre le piccole vi prosperano. Le reti sono sistemi complessi di elementi interconnessi, che collegano le singole azioni a una rete più ampia di conoscenze e meccanismi. I siti web sono collegati ad altri siti, a loro volta collegati a un numero ancora maggiore di siti e così via, dando vita a una massa fluida di informazioni, che cambia e cresce a seconda delle necessità, proprio come un sistema immunitario. Al centro di tutto non c’è la tecnologia, ma le relazioni, decine di milioni di persone che operano per il ripristino e la giustizia sociale.

Lo stato attuale del mondo indica che, dato il numero di organizzazioni e persone impegnate a lottare contro l’ingiustizia, il movimento non risulta particolarmente efficace. La risposta a questa affermazione è che le devastazioni legate alla globalizzazione hanno un vantaggio di circa cinquecento anni rispetto al sistema immunitario dell’umanità. Gli assalti alle risorse e la produzione di rifiuti, che procedono con intensità crescente, lo sradicamento delle culture e lo sfruttamento dei lavoratori rappresentano una patologia, né più né meno dell’epatite o del cancro, appoggiata da un sistema politicoeconomico di cui tutti facciamo parte.

Ogni dito puntato è inevitabilmente un dito che accusa noi. Possono non esserci colpevoli specifici, ma il sistema rimane una patologia, anche se siamo stati noi a crearlo e a servircene. Dato che molte persone si rendono conto di essere malate e sono intenzionate a curare anche le cause, e non solo i sintomi, il movimento ambientalista può essere visto come la risposta dell’umanità alle politiche che stanno contagiando la Terra; quello per la giustizia sociale affronta invece gli agenti patogeni, economici e legislativi, che distruggono famiglie, enti, culture e comunità. Due facce della stessa medaglia, perché ogni danno subito da una costituisce un danno anche per l’altra. Queste risposte immunitarie affrontano quelle che Paul Farmer chiama “patologie del potere” o “crescenti maree di disparità”, che alimentano la violenza, rivolta contro persone, luoghi o altre forme di vita. Nessuna cultura ha mai rispettato l’ambiente e maltrattato la sua gente e, al contrario, nessun governo può affermare di occuparsi dei suoi cittadini permettendo, nel contempo, che l’ambiente venga distrutto. Farmer scrive: “Una quantità maggiore di pistole e una repressione più severa possono rappresentare un rimedio a una scarsa presenza delle forze dell’ordine, ma violenza e caos non spariranno se fame, patologie e razzismo non verranno affrontati in maniera efficace e definitiva”.10

Le patologie a cui fa riferimento Farmer sono numerose, e il loro vettore è spesso costituito da imprese, enti governativi o banche; inoltre, queste patologie sono associate retoricamente con la giustificazione logica secondo cui servono ad aiutare quelle persone che, in realtà, danneggiano. I veicoli delle patologie sociali e ambientali possono essere anche eserciti e governi ma, più semplicemente, possono bastare modi errati di pensare, rigidità burocratiche e superbia istituzionale.

Il fine ultimo di un sistema immunitario globale è quello di identificare tutto ciò che non risulta favorevole alla vita e di contenerlo, neutralizzarlo o eliminarlo; quando una comunità, una cultura e un ecosistema sono stati danneggiati, esso cerca di prevenire un ulteriore deterioramento, di curare i danni e ripristinare l’integrità. Molte organizzazioni per la giustizia e i cambiamenti sociali hanno poco personale e ancor meno fondi e quasi tutte operano in contesti in cui l’apprendimento è difficoltoso.

 

Per affrontare gli agenti patogeni, il movimento ha dovuto trasformarsi in una moltitudine di organizzazioni diverse: istituti, enti per lo sviluppo delle comunità, gruppi di abitanti di villaggi e città, imprese, istituti di ricerca, associazioni, network, gruppi di fedeli, fondazioni ed enti. Ognuna di queste categorie contiene dozzine di organizzazioni definite in base alla loro attività; all’interno di queste diverse attività, i vari gruppi si focalizzano su tematiche specifiche: diritti dell’infanzia, pinnipedi, diversità culturale, conservazione della barriera corallina, riforma democratica, sicurezza energetica, alfabetizzazione. (L’appendice di questo libro fornisce una tassonomia del movimento che ne restituisce l’ampiezza e la varietà.) Poiché poi mezzi d’informazione parlano quasi sempre delle organizzazioni più grandi e consolidate, la diversità alla base del movimento rimane nascosta, o viene assorbita nello stereotipo che comprende dimostranti, slogan e proteste. Queste attività, che pure rappresentano un impegno importante, sono però la parte più piccola del lavoro portato avanti dal movimento.

 

Anche se portiamo gli oceani dentro di noi, nel nostro sangue e nei nostri occhi, tanto
che vediamo tutto attraverso un velo d’acqua marina, sembriamo ciechi al loro
destino. Molti scienziati parlano solo fra di loro ed evitano attentamente di istruire
la stampa. I mezzi d’informazione sembrano restii a pubblicare notizie sull’ambiente
e soddisfano le richieste di un pubblico impantanato in indolenza, paura, cupidigia
e, in generale, confuso dalla scienza. Sembriamo incapaci di riconoscere che le prove
richieste da molti politici già esistono sotto forma del senno del poi. Scritta nella
lunga storia del nostro pianeta, in una forma o in un’altra,
c’è la testimonianza del nostro futuro.

Julia Whitty, The Fate of the Oceans


Risulta estremamente chiaro che tutte le forme di vita – dai batteri agli elefanti –
hanno caratteristiche comuni a livello molecolare. Esiste un filo comune che si
dipana lungo tutta l’intera vita biologica … Queste molecole percorrono la vita
come il tema musicale percorre l’ultimo movimento della Quarta sinfonia di
Brahm. Esiste un insieme di variazioni che superficialmente sembrano molto
diverse, ma che sono sostenute da una somiglianza più profonda che consolida
l’insieme. La bellezza della struttura dipende dall’originalità della musica di
passaggio e dalla coerenza della costruzione. Quella scintilla vitale dalla materia
inanimata alla vita animata si è verificata una volta e solo una, e tutte le forme di
vita dipendono da quel momento. Formiamo un’unica tribù con i batteri che
vivono nelle sorgenti calde, con i cirripedi parassiti, con i pipistrelli vampiri
e i cavolfiori.
Tutti quanti noi condividiamo un antenato comune.
Richard Fortey, Life: A Natural History of the First Four Billion Years
of Life on Earth

 

Il sogno di ogni cellula è di diventare due cellule.
François Jacob

 

L’essere umano è formato da un quadrilione di cellule, di cui il 90% sono batteri, funghi, lieviti e altri microbi, indispensabili per la nostra sopravvivenza. Ecco quindi un paradosso: ciò che ci rende pienamente umani non è umano. La prospettiva di discendere dai primati inferiori, eresia per i fondamentalisti cristiani, costituisce un fenomeno relativamente minore nel più grande quadro della scienza. Nel nostro organismo si trovano le tracce della storia della Terra retrodatate a 4 miliardi di anni fa, le catene molecolari, i composti essenziali, i semplici batteri e i fluidi salini che puliscono i nostri occhi e circondano le nostre cellule; in pratica, un intero compendio della vita che ci ha preceduto. Siamo sempre stati un cantiere in attività, un animale cumulativo, una chimerica fusione di diversi organismi “uniti da un’elastica sequenza temporale”4 sin dall’inizio della vita. Si pensa che i nostri antenati microbici nacquero quando un po’ di polimeri di carbonio, nucleotidi e aminoacidi si combinarono in uno sfiato sulfureo oceanico. Se mai si verificò un evento soprannaturale, fu questo: una cellula vivente formata di composti inanimati. In verità, non sappiamo precisamente come la vita ebbe inizio e, come ha sottolineato un biologo, solo i pazzi e gli impostori azzarderebbero una tale dichiarazione.

Il salto dal brodo chimico al microbo sembra stupefacente, come se la prima pressa per la stampa di Gutenberg fosse stata una stampante laser collegata a un portatile, e non un semplice portatile, ma uno in grado di generare all’infinito nuovi portatili partendo da componenti semplici. Senza dubbio, la creazione della prima cellula fu preceduta da decine di milioni di anni di esperimenti chimici, nei quali le forme di vita precedenti esistevano in combinazioni differenti. Ancora fino a poco tempo fa si pensava che l’eventualità che la vita fosse scaturita da un simile brodo annacquato fosse così remota che nessuna analisi statistica fosse in grado di calcolarne le probabilità, come se un uragano avesse assemblato un Boeing 747 dopo essere passato su un cantiere di demolizione pieno di pezzi gettati alla rinfusa. La scienza ha capovolto questa logica: adesso guardiamo al miracolo della vita non dal punto di vista della sua impossibilità, ma da quello della sua inevitabilità. In condizioni simili a quelle presenti sulla Terra quando la vita ebbe inizio, la vita avrebbe avuto inizio in ogni caso.

La prima forma vivente fu un organismo unicellulare microscopico, chiamato “procariote”, che all’incirca significa “prima del nucleo”, cellule senza un vero nucleo. Nei libri di testo vengono raffigurate come capsule con un materiale sinuoso all’interno, il che rappresenta una grossolana semplificazione. Una singola cellula batterica, l’Escherichia coli, contiene 2,4 milioni di molecole proteiche di circa 4.000 tipi diversi, 280 piccole molecole di metaboliti e ioni, 22 milioni di lipidi, un genoma formato da 4,6 milioni di coppie di basi di nucleotidi e 40 miliardi di molecole d’acqua, tutte racchiuse in un’unica cellula il cui diametro è un centesimo della larghezza di un capello.7 Queste prime cellule, secondo le parole di Robinson Jeffers, “contenevano echi del futuro” in loro stesse8 e, sostanzialmente, conquistarono il pianeta. Sono presenti in ogni fosso, su ogni foglia, nel cielo, al Polo Sud, sulle nostre lingue, a 5.000 metri sotto gli oceani e in tutti i deserti del mondo. Danno origine alla fotosintesi, alla respirazione, alla fermentazione e, infine, ai mitocondri e ai cloroplasti, gli organuli che digeriscono, respirano e mettono in circolo i nutrienti nelle nostre cellule. Anche se abbiamo identificato le molecole in una singola cellula di E. coli, non siamo in grado di capire le modalità con cui collaborano per dare origine alla forma, alla riproduzione, alle funzioni mentali e ai comportamenti finalizzati. Quando separiamo una cellula, la vita scompare e troviamo solo molecole.

I procarioti sperimentarono per primi i diversi modi in cui la vita può metabolizzare l’energia, dal sole allo zolfo, e poi diedero inizio a un movimento, combinandosi in colonie divise in compartimenti al fine di creare nuove forme di vita: gli eucarioti, cellule dotate di nucleo, che possono raggrupparsi in scinchi, caprifogli ed esseri umani. Gli eucarioti impugnarono la tavolozza molecolare preparata dai procarioti e divennero artisti, raggruppandosi in milioni di diverse forme di vita, creando mantidi religiose, finferli, gelsomini dalla fioritura notturna e sistemi limbici, un grande stufato di vita insaporito con timidezza, chicchi di caffè, mandrie di caribù e la seconda sinfonia di Mahler. La differenza fra un procariote e una cellula eucariotica è quella che passa fra un igloo e Parigi. Con 30.000 geni e 400 miliardi di molecole, una singola cellula animale supera qualsiasi microprocessore Intel per la sua prodigiosa capacità di calcolo. Ogni cellula porta avanti simultaneamente milioni di processi molecolari, che coinvolgono mille miliardi di atomi. Moltiplicate questa attività per le migliaia di miliardi di cellule dei quintilioni di creature sul pianeta e sorge una domanda: chi, esattamente, è il responsabile?

Il numero totale di attività intrae intercellulari in un solo corpo umano è impressionante: un settilione di azioni al momento, 1 seguito da 24 zeri. In un secondo, nel nostro organismo si svolge un numero di processi pari a dieci volte il numero di stelle presenti nell’universo, proprio ciò che Charles Darwin aveva pronosticato affermando che la scienza avrebbe scoperto che ogni creatura vivente rappresentava un “piccolo universo, formato da una moltitudine di organismi autopropagantisi, straordinariamente piccoli e numerosi come le stelle nel cielo”.


Complessi organismi replicanti composti da molte migliaia di miliardi di cellule, chiamati Homo sapiens, sono in grado di discutere sull’ambiente e sulla gravità dei cambiamenti climatici. Tuttavia, non possono sedersi a parlare con una cellula delle loro personali aspirazioni o delle pecche del capitalismo del libero mercato. La vita funziona così e nulla di quanto abbiano mai detto o votato i politici può influenzare i principi di base della biologia. Come ironicamente scrive Bill McKibben, in caso di scelta fra le leggi del Congresso e quelle della fisica, quasi sicuramente prevarrebbero le leggi della fisica. Credere che le sue cellule siano privilegiate o uniche costituisce una comprensibile vanità dell’essere umano, ma la differenza fra le cellule umane e quelle di un girasole è piccolissima, mentre fra i primati e gli umani è infinitesimale. Per trovare occasionali diversità con cui distinguere le cellule umane da quelle di tritoni, foche o coyote è necessario scendere al livello molecolare. Noi siamo la natura, una presa di coscienza che bloccò Emerson a Parigi e che potrebbe bloccare anche noi. Noi viviamo in una comunità, non da soli, e qualunque sensazione di divisione è un’illusione. Gli esseri umani sono animali straordinari, ma rimangono animali, e non possiedono alcuna immunità particolare. Visto l’attuale tasso di distruzione e inquinamento del pianeta, dobbiamo negoziare una distensione dei rapporti con la natura e con noi stessi.


Le funzioni collettive del settilione di attività che avvengono simultaneamente nel nostro organismo hanno un nome: resilienza. Questa eccezionale ridondanza costituisce il motivo per cui noi possiamo essere insensibili alle nostre necessità fisiche, ingollare cibo da fast food, avvelenarci con alcolici e droghe, vivere nell’aria inquinata e continuare a sopravvivere. Per la stessa ragione, possiamo maltrattare la natura in una miriade di modi e continuare ogni giorno a trovare i nostri cornflakes, il nostro SUV e il nostro pianeta che ancora funziona. La resilienza è uno dei segreti della vita e il suo funzionamento è l’opposto della teoria del domino.

Le cellule cambiano e muoiono costantemente, ma non coinvolgono le cellule circostanti. Gli organismi e gli ecosistemi sani sono diversi, imprevedibili, ridondanti e adattativi. Le forme di vita sono collegate in maniera incredibile, ma si rifiutano di procedere simultaneamente o di sincronizzare i loro orologi. Ogni sistema vivente rappresenta un dialogo costante fra armonia e autonomia, fra persistenza e fluidità, prevedibilità e instabilità. Non possediamo un solo cervello, ma tre, rettile, limbico e neocorticale, ciascuno con differenti funzioni e capacità. Un essere umano può perdere la vista, un arto, un lobo frontale, un rene e metà della capacità dei suoi polmoni e continuare a sopravvivere. Per definizione, l’evoluzione produce creature e sistemi dotati della massima abilità possibile di durare nel tempo, e la resilienza permette a un organismo di resistere alla più vasta gamma di problemi. Ciò vale per i sistemi sociali e per quelli ambientali, per i governi e le aziende, per gli stock ittici e le scogliere.

Maggiore è la resilienza di un sistema, maggiore sarà la sua capacità di riprendersi da traumi e impatti. Di contro, quando un sistema perde la sua diversità e, di conseguenza, la sua ridondanza funzionale, diventa vulnerabile a sconvolgimenti e crolli. L’ecologia si occupa delle interazioni tra gli organismi viventi, sia fra di loro sia con l’ambiente circostante.

La sostenibilità è finalizzata a una stabilizzazione della relazione, attualmente distruttiva, fra i due sistemi più complessi della Terra: la cultura umana e il mondo vivente. L’interrelazione fra questi due sistemi segna l’esistenza di qualsiasi persona ed è responsabile dell’ascesa e della caduta di tutte le civiltà.

Benché il concetto di sostenibilità sia relativamente nuovo, ogni cultura si è dovuta confrontare con questa relazione. Per migliaia di anni le civiltà non sono state in grado di invertire la rotta, per quanto riguardava i danni all’ambiente, e questa incapacità ha causato il loro declino e la loro scomparsa. Per la prima volta nella storia, oggi un’intera civiltà – persone, aziende e governi – sta tentando di interrompere questa spirale negativa e di capire come vivere in armonia con la Terra, un tentativo che rappresenta uno spartiacque nell’esistenza umana. La vita è crescita o decrescita, non esiste una via di mezzo dorata in cui tutto è giusto. Al punto di caduta libera ambientale in cui ci troviamo, dobbiamo tutelare quanto rimasto e dedicarci a ripristinare quanto abbiamo perso.

 

Alcuni potrebbero rispondere che si tratta di uno sforzo inutile. Sembra che il triste presagio di Robert Kaplan di un mondo in cui crimine, violenza e anarchia si alimentano di povertà ambientale e ingiustizia si stia realizzando. Collasso, di Jared Diamond, racconta come gli esseri umani abbiano ripetutamente ignorato i feedback dell’ambiente e siano precipitati nell’oblio. Malgrado la popolarità di questo tipo di libri, nel migliore dei casi le persone comuni sono poco coscienti delle dimensioni che tali problematiche stanno assumendo e della rapidità con cui ciò sta avvenendo. Nondimeno, il mondo sta per raggiungere un punto decisivo in questa presa di coscienza. Anche se la vastità del crollo sociale e ambientale fa sì che risulti impossibile, per un singolo individuo o ente, essere pienamente informato su tutto, i segnali di allarme sono evidenti ovunque.

 

Di recente, nell’arco di un anno si sono verificati due eventi che sono rimasti largamente ignorati, ma che hanno segnato il nostro futuro sulla Terra. Il 30 marzo 2005, alcune organizzazioni delle Nazioni Unite (come FAO e UNEO), i segretariati delle grandi convenzioni internazionali, 1.360 scienziati di 95 paesi, hanno pubblicato il Millenium Ecosystem Assessment. Questo rapporto, costato 24 milioni di dollari, costituisce il più grande studio scientifico mai intrapreso sulla capacità di carico del pianeta. Per la prima volta, la comunità scientifica globale ha esaminato le risorse biologiche mondiali e ha valutato l’influenza, sul nostro futuro, delle sempre maggiori perdite. Benché il rapporto presenti un’analisi estremamente dettagliata, la diagnosi finale risulta semplice: le risorse del pianeta si stanno consumando e presto si esauriranno; a quel punto, la Terra non sarà più in grado di supportare la vita così come la conosciamo.

Lo studio include alcuni dati mai rivelati, pubblicati o resi noti in precedenza. La sua novità consiste inoltre nell’ampiezza e nei toni misurati. È un riconoscimento degli allarmi che gli scienziati stanno lanciando da oltre dieci anni: come tutti i sistemi non lineari, gli ecosistemi, se presi d’assalto, non si esauriscono in maniera graduale, ma possono raggiungere delle soglie critiche sorpassate le quali improvvisamente collassano e muoiono, in una sorta di attacco cardiaco ecologico. La resilienza può proteggere un sistema solo fino a un attimo prima che il crollo coinvolga tutto.

 

Viviamo in un’economia basata sulla fede, e non mi riferisco alla pratica religiosa. Alle persone viene chiesto di fidarsi di sistemi economici e politici che negli ultimi trent’anni hanno inquinato le risorse idriche, l’aria e il mare; hanno depredato le comunità, umiliato la forza lavoro, abbassato il reddito della maggior parte delle persone e riempito la troposfera con così tanti gas industriali da aver iniziato un gioco d’azzardo con il pianeta. Non è necessario demonizzare il sistema imprenditoriale per riconoscere che non possiede mezzi adeguati per far fronte agli impatti negativi delle sua attività, a parte una benevola nota a piè pagina sui suoi rapporti annuali, nel caso, raro, in cui sia disposto a donare una piccola parte delle sue entrate. A mano a mano che questa fede appare sempre più mal riposta, diventa chiaro che il modo per cambiare il mondo consiste nel mutare le nostre abitudini, incluse quelle relative all’abitazione, alle fonti energetiche, alle metodologie agricole, alle consuetudini alimentari e ai trasporti. Non dico che il Protocollo di Kyoto non debba essere firmato o adottato, i simboli possiedono comunque la loro importanza, ma per uscire da questa situazione non si può fare affidamento su meccanismi dipendenti dal supporto di quelle istituzioni che beneficiano dell’attuale status quo.

È necessario continuare a tentare di cambiare le istituzioni, ma il successo di questi tentativi è legato al fatto che le persone rivedano i propri comportamenti e stili di vita.

 

Se confrontato con le grandi istituzioni, il movimento può apparire debole, ma possiede un obiettivo più importante, quello di creare una base sociale ed economica più resiliente, in quello che è fondamentalmente un mondo oligarchico: un atto significativo che restituisce ai cittadini una certa misura di autonomia e potere.

Per comprendere la natura del movimento, si deve guardare alle sue attività.15 Il biologo molecolare Mahlon Hoagland, nel suo saggio intitolato The Way Life Works, identifica 16 caratteristiche comuni a tutti gli esseri viventi, molte delle quali sono applicabili ai movimenti sociali.

La prima caratteristica: la vita si costruisce dal basso verso l’alto. Proprio come gli organismi complessi sono formati da comunità di cellule che collaborano, il movimento che si occupa delle tematiche ambientali e sociali è formato da piccoli gruppi di persone che cooperano. Così come nell’organismo le comunità cellulari svolgono diverse funzioni, dalle papille gustative ai reni, i gruppi si organizzano attorno a cause, missioni e obiettivi specifici. Poiché la crescita del movimento parte dalla base, a prima vista esso può sembrare impotente; dopo tutto, sono i potenti a possedere i mezzi per esprimersi e soddisfare le loro esigenze. Tutti quelli che si sentono esclusi dai processi governativi, imprenditoriali e istituzionali trovano nelle associazioni di volontariato e non profit un modo, a volte riconosciuto, per esprimere le loro esigenze. Insieme, questi gruppi formano un mondo politico diverso e pongono le basi di una società diversa. Non esiste un esempio migliore di costruzione dal basso verso l’alto di quello delle migliaia di organizzazioni incentrate sulla microfinanza, che concedono prestiti alle persone che non ne avrebbero diritto o ai poveri che non sono qualificati per ottenerli dalle tradizionali società finanziarie perché non possiedono beni o un reddito sufficientemente alto, o a causa della discriminazione, come avviene alle donne. Lo scopo degli istituti di microcredito è alleviare la povertà, finanziando attività autonome che generino reddito, ovunque si trovino persone povere, da Apoyo Para el Campesino Indígena del Oriente in Bolivia a la Zimbabwe Association of Microfinance.

La seconda caratteristica: la vita è organizzata in catene. Nello stesso modo, le organizzazioni non profit si coordinano connettendo interessi, persone o comunità, o collegandosi ad altre organizzazioni simili. Gli elementi basilari di tutte le forme di vita sono i polimeri, lunghe catene di unità più semplici chiamate “monomeri”. I polimeri possiedono molti nomi, in base alla loro composizione: pelle, amido, proteine, DNA, cashmere,cellulosa, albume dell’uovo, seta del ragno, cotone, unghie, gomma, guscio del granchio ed enzimi. La funzione basilare del movimento è collegare, ed esistono molti nomi per i sottosettori che lo costituiscono, in base al tipo di unità che li compongono. I polimeri sociali sono abbondanti e comprendono i diritti delle donne, le zone umide, i corridoi per la fauna selvatica, le risorse idriche, la riduzione dei rifiuti, la riduzione delle disparità economiche, l’energia eolica, i diritti dei lavoratori e la salute delle donne; e queste, come si sarà potuto notare, sono solo alcune delle aree coinvolte.

In natura sopravvive ciò che si dimostra essere funzionale e tale funzionalità si ottiene per mezzo dell’evoluzione, tramite invenzioni ed esperimenti ininterrotti. Da pochi elementi la vita crea molte variazioni. Tali variazioni vengono generate incessantemente e inesorabilmente. Trarre vantaggio dalle nuove possibilità richiede costanti cambiamenti e adattamenti, il che dà vita a numerose organizzazioni. Molte volte ho sentito dire che il movimento è inefficiente, che esistono troppi gruppi e troppe sovrapposizioni. Non ho dubbi sulla veridicità di questa affermazione, ma sospetto che sia vero anche l’opposto: che gli organismi basati sui cittadini costituiscano le entità sociali più efficienti sulla Terra, di molto superiori a imprese e istituzioni per l’utilizzo delle risorse. Invece di considerarle il minimo comun denominatore dell’organizzazione sociale, le si deve guardare come le unità fondamentali del cambiamento sociale. Le democrazie riuniscono i voti in istituzioni burocratiche centralizzate. Il movimento, invece, trasforma gradualmente le intenzioni sociali in organizzazioni agili e reattive, che risultano più efficienti proprio perché utilizzano al meglio le limitate risorse di cui dispongono.

 

Esattamente come la vita si organizza con le informazioni, lo strumento più potente del movimento è un ininterrotto flusso di notizie e di dati e, di conseguenza, una comunicazione fluida costituisce l’unico mezzo tramite il quale l’intero genere umano può riorganizzarsi.

L’umanità, esattamente come il corpo umano, non può essere spiegata o gestita con i mezzi convenzionali. Hoagland ha stimato che servirebbero 1.500 enciclopedie per creare il manuale per l’utente di una persona. L’integrazione eccezionale di movimento, pensiero, fisiologia, vista, tatto e metabolismo supera la complessità di qualsiasi altro sistema immaginabile. Qualcosa ci fa funzionare, ma cosa? Non si tratta del libero fluire di antiche e geniali informazioni, un’intelligenza endemica e involontaria liberamente scambiata a livello cellulare e intracellulare? Questo è il sistema in cui possiamo riporre la nostra fiducia, perché è l’unico che abbia sempre funzionato. Se questo impulso che illumina e dà la vita è Dio, allora inginocchiamoci e ringraziamolo giorno e notte. Se è Allah, rivolgiamoci a oriente 5 volte al giorno, fra l’alba e il tramonto, e umiliamoci. Se è Yahvè, tocchiamo il muro del pianto e versiamo lacrime di gratitudine. Se è la biologia, possa la scienza arrivare a incontrare il sacro. Io credo che sia tutto questo insieme, ma, qualunque sia il nome che gli diamo, rimane di fatto inconoscibile.

Per motivi simili, è ragionevole pensare che non sia possibile prendere in considerazione o gestire tutti i problemi che ci si pongono davanti. Il mondo sembra semplicemente fuori controllo. Tuttavia, troppo spesso questi problemi appaiono insolubili proprio a causa delle modalità con cui vengono gestiti, ovvero in maniera ideologica, dall’alto verso il basso, oligarchica, militaristica. Se noi cerchiamo di controllare consciamente il nostro corpo, moriremo, esattamente come sta succedendo al pianeta. Tuttavia, possiamo proteggerlo, nutrirlo, ascoltarlo e curarlo con cibo, sonno, preghiere, amici, risate ed esercizio fisico. Questo è esattamente quello che il pianeta si aspetta da noi: complicità, riposo, alimentazione, rispetto, celebrazione, collaborazione e impegno.

Un sistema globale di organizzazioni civili, con valori semplici e chiari, è in grado di proteggere il mondo da guerra, caos climatico, involuzione sociale e collasso ambientale? Se dobbiamo guardare alla storia, la risposta è no. Negli ultimi due secoli, abbiamo visto che le lotte per i diritti fondamentali di libertà, democrazia e dignità umana sono state ripetutamente messe in ombra dalla povertà cronica ed endemica. Oggi, oltre a questi impegni, abbiamo davanti un altro compito, ovvero quello di superare la negligenza ambientale ereditata dalle generazioni precedenti. Per riuscire, avremo bisogno del dono dell’ubiquità, di una rete di informatori, una cospirazione di creativi sociali, di gruppi che coltivino nuove conoscenze, le condividano, cerchino informazioni ovunque e le trasmettano agli enti e ai cittadini che le richiedono. Senza dubbio, nessuna singola componente del movimento è all’altezza del compito, perché verrebbe subito sopraffatta dalla forze istituzionali più grandi e potenti. Tuttavia, se ogni organizzazione porterà avanti la sua missione, non dovrà scontrarsi con la potenza di fuoco schierata contro di essa. Questi gruppi non devono dominare il mondo imponendo un nuovo ordine; devono solo trovare il loro posto in un pianeta multicentrico, in cui non esiste il dominio di una istituzione. Invece di possedere megasoluzioni, devono risolvere per schemi.17

L’espressione “risolvere per schemi” fu coniata da Wendell Berry in riferimento a una soluzione che risolve più problemi contemporaneamente invece di uno solo. Il risolvere per schemi emerge spontaneamente quando i problemi vengono percepiti come sintomi di danni sistemici e non come errori casuali da riparare. Per esempio, l’agricoltura sostenibile affronta contemporaneamente diverse problematiche: riduce le acque reflue, principale causa dell’eutrofizzazione e delle zone morte in laghi, estuari e oceani; diminuisce l’impiego di fertilizzanti azotati ad alta intensità energetica; contribuisce alla lotta ai cambiamenti climatici, perché il terreno biologico cattura il carbonio, mentre l’agricoltura industriale rilascia anidride carbonica nell’atmosfera e costituisce la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione dei carburanti fossili; migliora la salute dei lavoratori, grazie all’assenza di pesticidi tossici; fa sì che il suolo trattenga una maggiore quantità di umidità e, di conseguenza, dipenda meno dall’irrigazione e da fonti idriche esterne; risulta più produttiva rispetto a quella convenzionale; è meno suscettibile all’erosione; fornisce un habitat per impollinatori, uccelli e insetti benefici incrementando la biodiversità; ma, soprattutto, il cibo prodotto risulta competitivo sul mercato, rendendo le piccole aziende agricole economicamente redditizie. Risolvere per schemi costituisce, di fatto, l’approccio del movimento che, data l’esiguità delle sue risorse, non può permettersi “pasticci”, ma solo soluzioni.

La natura funziona per cicli, e così dovrebbe fare una società sana. Un sistema in grado di correggersi da solo prospera grazie ai feedback. Il movimento è composto da piccole organizzazioni perché opera sul campo, a un livello in cui è possibile generare le informazioni e agire in base a esse. In questa dimensione, le organizzazioni riescono ad adattarsi rapidamente alle situazioni. Gli errori possono così trasformarsi in tesori nascosti, “anticamere della scoperta” joyciane, perché l’essere umano impara dai suoi fallimenti. L’opposto dell’imparare è un sistema ad alta velocità, dove gli errori vengono relegati in schedari e dimenticati. Quando un governo, un’impresa, un ente finanziario o un’organizzazione religiosa si isolano, le loro iniziative, per quanto ben indirizzate, producono risultati incontrollati ed effetti di secondo ordine che generano ulteriori problemi. Lo stato attuale del mondo riflette una metodologia di risoluzione dei problemi che in natura non esiste: rimedi dall’alto e imposti agli esclusi. Il movimento offre una metodologia che crea soluzioni dal basso e che risulta inclusiva, un processo che imita quelli biologici di adattamento ed evoluzione. Ogni attività fisica sostenuta dal corpo umano rientra in un sistema ciclico e biologico basato sull’autocorrezione. All’interno di quei sistemi chiamati “democrazie” deve avvenire la stessa cosa per ogni attività sociale.

La natura ricicla tutto, non solo le informazioni: nulla va perso, nulla viene buttato via, semplicemente perché non esiste un “via”. Tutti i processi naturali sono a ciclo chiuso e ogni briciola di materia, atomi e molecole vengono riutilizzati e convertiti in nuovi flussi vitali. La società industriale si comporta come un bambino viziato che butta dovunque i giocattoli che scarta, unica creatura a lasciare una scia di oggetti che non possono essere riciclati dalla natura o dall’industria. Il movimento non si limita a sostenere e praticare il riciclo, ma propone attivamente un sistema di produzione elegante, frugale e ricco come quello che si osserva in natura. Una delle prime persone che analizzò le produzioni umane in termini biologici fu l’economista Kenneth Boulding, originario di Liverpool, che diventò un brillante accademico in due continenti. Nel 1965, durante una conferenza, Boulding introdusse la metafora dell’“astronave Terra” per spiegare come l’abilità nello svilupparci e nel sottomettere la natura stesse cambiando la nostra percezione della Terra: da quella di un pianeta senza limiti si stava trasformando in una “minuscola sfera chiusa, limitata, affollata e scagliata nello spazio verso una destinazione ignota”.18

Nel suo libro Operating Manual for Spaceship Earth, pubblicato quattro anni dopo che Boulding aveva introdotto la metafora, Buckminster Fuller commentò che l’astronave Terra era stata progettata in maniera così meravigliosa che gli esseri umani, che la abitavano da almeno due milioni di anni, dovevano ancora accorgersi di essere a bordo di un’astronave. In verità, come si potrebbe progettare un’astronave che supporti la vita biologica per due milioni di anni, o per quattro miliardi? A volte ho posto questa domanda a dirigenti aziendali che non riuscivano a vedere la convenienza o la necessità di convertire le loro pratiche aziendali in altre più ecologiche. Particolarmente istruttivo è un evento che si verificò in una grande azienda specializzata nella produzione di sostanze chimiche per uso agricolo. Il vicepresidente della società diede infatti una risposta tagliente all’osservazione di un collega, che sosteneva la necessità di un’equa distribuzione delle risorse come prerequisito per creare un mondo sostenibile. Le esatte parole del vicepresidente furono: “Questo è comunismo, o socialismo, e non ha niente a che fare con l’ecologia o l’ambiente”. In seguito, sessanta ingegneri chimici dell’azienda furono divisi in quattro squadre, ognuna con lo stesso incarico: in due ore, progettare un’astronave che avrebbe potuto partire dalla Terra e tornarvi in un secolo, con tutto il suo equipaggio vivo, in salute e felice. In altre parole, gli fu richiesto di creare un bioma, un ecosistema che avrebbe prodotto cibo, acqua pulita, piante medicinali e fibre per cent’anni. Inoltre, ogni squadra avrebbe dovuto progettare l’intera cultura di questa società: chi sarebbe stato sull’astronave, cosa avrebbe fatto, la forma di governo oltre ai vari dettagli insiti nella creazione e nella conservazione di una società.

L’astronave avrebbe dovuto avere le giuste dimensioni e avrebbe potuto ricevere luce dall’esterno, ma non sarebbe stata dotata di uscite di sicurezza e tutto quello che sarebbe successo a bordo sarebbe rimasto lì per un secolo. Tutte e quattro le soluzioni proposte erano complesse, ma alla fine ne venne scelta una per il lungo viaggio di andata e ritorno. I vincitori avevano inserito delle caratteristiche insolite. Invece di scorte di DVD e schermi per il divertimento a bordo, avevano deciso che una parte consistente dei passeggeri sarebbero stati artisti, musicisti, attori e cantastorie. Per resistere un secolo, i passeggeri avevano la necessità di creare una cultura piuttosto che, più semplicemente, utilizzarne una. Imbarcarono sull’astronave un’ampia varietà di erbe infestanti oltre alle sementi utili, per arricchire il suolo e portare i minerali in superficie. La caricarono di micorrize e altri funghi, batteri, insetti e piccoli animali, tutte cose che la loro azienda aveva avvelenato sulla Terra in nome del profitto (il principale prodotto della società era infatti un pesticida). Nessuno delle migliaia di prodotti aziendali venne portato a bordo. I progettisti avevano capito che la loro tossicità era troppo elevata per consentirne il rilascio in un piccolo ambiente, fosse anche un’astronave con un diametro di 8 chilometri. In parole povere, i vincitori avevano creato un ecosistema diverso, all’interno del quale una società giusta ed equa praticava l’agricoltura biologica, e avevano progettato tutti oggetti che avrebbero potuto essere smontati, riutilizzati e riciclati. Quando fu chiesto ai partecipanti se trovassero equo che il 20% dei passeggeri ricevesse l’80% di frutta, verdure e medicine prodotte a bordo, tutti, compreso il vicepresidente che si era detto disgustato dall’idea di equità, bocciarono la proposta come inaccettabile. Solo a quel punto il vicepresidente capì cosa aveva detto. Dopo l’esercitazione, un gruppo d’impiegati iniziò a coltivare un giardino biologico nella sede principale e diversi ingegneri diedero le dimissioni.

La forza del modello dell’astronave non è solo metaforica, è anche pedagogica. Illustra il pensiero sistemico, un approccio olistico alle interazioni e alle interdipendenze fra le parti che formano il sistema e al loro funzionamento congiunto nel tempo. Come abbiamo potuto credere che la Terra avrebbe sopportato i rifiuti, le contaminazioni da metalli pesanti, i siti di smaltimento dei rifiuti pericolosi e i test nucleari costituisce una domanda che lascio agli storici della cultura. A dispetto dei saccheggi e dell’inquinamento che durano da secoli, quasi tutte le aziende responsabili al mondo stanno abbandonando le loro pratiche distruttive e cercano di crearne altre più sostenibili. Tutte si sono rivolte alle Ong per avere assistenza, insegnamenti, suggerimenti e stimoli. Lo stereotipo prevede che nella società civile le aziende si oppongono ai gruppi: ciò è in parte vero, come sottolineato nei capitoli precedenti. Tuttavia, è anche vero che i gruppi non profit hanno dato vita a relazioni fruttuose con le aziende, per aiutarle a crescere in modi più sostenibili. Wal-Mart, che per più di un decennio è stata criticata dalle organizzazioni non profit, si è impegnata a rendere ecocompatibile ogni aspetto delle sue attività: riduzione dei consumi, da 10 a 29 km/l, del più grande parco camion al mondo; conversione totale all’energia rinnovabile; adozione di un sistema a rifiuti zero, dove nulla viene gettato via. Per raggiungere questi obiettivi, Wal-Mart ha consultato attivamente dozzine di Ong su tematiche quali i frutti di mare, l’agricoltura e gli alimenti biologici, i tessuti, i cambiamenti climatici, la Cina, le apparecchiature elettroniche e il loro smaltimento, i gioielli, le sostanze chimiche, la chimica verde, la logistica, i prodotti forestali e la relativa certificazione, l’edilizia verde, i trasporti, gli imballaggi e le energie rinnovabili (è importante notare che un gruppo di Ong altrettanto grande continua a contestare le ubicazioni e le pratiche lavorative e aziendali di Wal-Mart).

La società dei rifiuti è un fenomeno relativamente nuovo.

energia diminuisce notevolmente e i posti di lavoro aumentano. John Todd è un genio della progettazione di sistemi acquatici e, basandosi sul suo lavoro, Paul Bierman-Lytle, studente di architettura a Yale, ha coniato il termine “rifiuti uguale cibo” per esprimere il concetto che i rifiuti di un sistema possono costituire il cibo di un altro sistema, che si tratti di sistemi industriali o ecosistemi. Todd ha immaginato gli scarichi industriali e municipali come una potenziale fonte di nutrimento, invece che di inquinamento idrico, e ha progettato un processo di trattamento delle acque che utilizza gli organismi viventi e le piante per trasformarli in nutrienti sicuri e non tossici. Buckminster Fuller intuì quello che chiunque si occupi di termodinamica sa, ovvero che l’astronave Terra è alimentata da un’astronave madre, il Sole, e che per sostenere la Terra dobbiamo sfruttare l’apporto del Sole. Quando attingiamo al carbonio accumulato nel passato non solo diventiamo debitori, ma superiamo anche la capacità della Terra di assorbire i prodotti di scarto (che è esattamente quello che succede con i gas a effetto serra). Questa trilogia di concetti – dalla culla alla culla, rifiuti uguali cibo e rimanere all’interno dell’apporto del Sole – illustra i principi che dovrebbero ispirare un’industria attenta all’ambiente e all’eliminazione dell’inquinamento, dei rifiuti e delle tossine. Nulla potrebbe essere più chiaro di così. Dietro all’eliminazione dei rifiuti si trova una problematica più profonda: eliminare i rifiuti a livello sociale. Siamo l’unica specie senza una piena occupazione, che ancora una volta sfida la natura della natura. Nessun accademico ha ancora spiegato in maniera soddisfacente il senso di un sistema economico che marginalizzi gli esseri umani. Una società a rifiuti zero significa non buttare nulla, e fra queste risorse per prima cosa ci sono le persone, soprattutto i bambini. Se dobbiamo aver cura dei nostri bambini, ci dobbiamo preoccupare anche delle necessità dei loro genitori. Nel movimento, decine di migliaia di organizzazioni generano posti di lavoro dignitosi e con un giusto salario per uomini e donne poveri. Operano in villaggi, comunità e aree rurali, affrontando sfide per ogni singolo posto di lavoro creato. Nello stesso tempo, le Ong si riuniscono o si affollano per protestare contro trattati come il NAFTA (North American Free Trade Agreement – Accordo nordamericano per il libero scambio) che estrometterà dai circuiti commerciali i piccoli coltivatori del Chiapas.

La vita tende a ottimizzare piuttosto che massimizzare. Massimizzazione è sinonimo di dipendenza.

“Gli esseri umani mostrano una tendenza alla dipendenza quando cercano di massimizzare valori come ricchezza, piacere, sicurezza e potere… Una quantità eccessiva di qualcosa non costituisce un bene” scrive Hoagland.

Coloro che criticano il movimento affermano che esso è contrario al libero mercato, alla diffusione della ricchezza e alla sicurezza, ma questo è falso. Quello che manca in questa critica è un’analisi dei modi in cui valutiamo il concetto di sufficienza. Non è facile raggiungere una sensazione di equilibrio, capire cosa comporta una ricchezza eccessiva, un potere eccessivo, conoscere la differenza fra libertà e indisciplina, e ciò fa sorgere domande cruciali. In Lyrical and Critical Essays, Camus scrisse che la bellezza era stata scacciata dalla cultura occidentale e sostituita dal culto della ragione, che costantemente cerca di superare i limiti.

Ciononostante, i limiti esistono e lo sappiamo. Nella nostra sfrenata follia sogniamo un equilibrio che abbiamo perso e che, nella nostra semplicità, crediamo di ritrovare quando smetteremo di commettere errori; una convinzione infantile, che giustifica il fatto che persone infantili, che hanno ereditato la nostra follia, gestiscano oggi la nostra storia… Abbiamo voltato le spalle alla natura, ci vergogniamo della bellezza. Le nostre miserabili tragedie hanno l’odore di un ufficio e il loro sangue ha il colore dell’inchiostro”.

 

Anche se ci sono molte cose che vanno male, ce ne sono altrettante che vanno bene. Negli anni, l’ingegnosità di organizzazioni, ingegneri, designer, imprenditori sociali e singole persone ha creato una straordinaria panoplia di alternative. Esistono i mezzi finanziari e tecnici per affrontare e ripristinare le esigenze della biosfera e della società.

Povertà, fame e malattie infantili prevenibili possono essere eliminate in una sola generazione.

In 30 anni i paesi sviluppati possono ridurre dell’80% i consumi di energia, migliorando la qualità della vita, e il rimanente 20% può essere fornito da fonti rinnovabili.

È possibile creare un posto di lavoro con un salario sufficiente per ogni persona che lo desideri.

Le tossine e i veleni che permeano le nostre esistenze possono essere completamente eliminati grazie alla chimica verde.

L’agricoltura biologica può incrementare le rese dei raccolti e ridurre l’inquinamento da petrolio nel suolo e nelle risorse idriche.

Architetti e designer sono pronti per progettare città verdi, sicure e vivibili.

Tecnologie dai costi limitati possono diminuire i consumi e migliorare la purezza dell’acqua, in modo tale che ogni persona al mondo abbia a disposizione acqua potabile.

E allora, cosa ci impedisce di portare a termine questi progetti?

 

IL RISVEGLIO SPIRITUALE

È stato detto che non riusciremo a salvare il pianeta finché fra gli esseri umani non si sarà verificato un diffuso risveglio spirituale e religioso. In altre parole, le soluzioni non funzioneranno fino a quando non guariremo le nostre anime. Quindi, la domanda che dobbiamo porci è: riconosceremmo un risveglio spirituale mondiale qualora ne sperimentassimo uno? In altre parole: e se un risveglio spirituale su scala globale fosse già in atto e noi non fossimo in grado di accorgercene?

 

In una sua opera determinante, The Great Transformation, Karen Armstrong illustra in modo dettagliato le origini della nostre tradizioni religiose durante quella che lei chiama l’“Era assiale”, un periodo di settecento anni, dal 900 al 200 a.C., durante il quale la maggior parte del mondo voltò le spalle a violenza, crudeltà e barbarie. La filosofia, le idee e le strutture di pensiero di quell’epoca sono giunte fino a noi tramite le opere di Socrate, Platone, Lao zi Confucio, Menciù, Buddha, Geremia, Rabbi Hillel e altri. Invece di fondare religioni istituzionalizzate e dottrinali, questi maestri diedero vita a movimenti sociali che affrontavano le sofferenze umane. In seguito, questi movimenti furono chiamati buddhismo, induismo, confucianesimo, ebraismo monoteistico, democrazia e razionalismo filosofico. La seconda fioritura dell’Era assiale portò alla nascita di cristianesimo, islamismo ed ebraismo rabbinico. Il libro di Karen Armstrong dimostra che durante l’Era assiale le prime espressioni di religiosità non si estrinsecavano in sistemi teocratici che esigevano fede, ma in pratiche educative che richiedevano l’azione. I catechismi e i rituali sclerotizzati, che oggi chiamiamo religione, non trovavano posto negli insegnamenti di questi saggi, profeti e mistici. Il loro obiettivo era promuovere una società sensibile e l’interrogativo relativo all’esistenza di un dio onnipotente risultava irrilevante per vivere una vita eticamente giusta. Questi maestri chiedevano ai loro seguaci di porsi delle domande, discutere e, contrariamente alla religione moderna, di non accettare nulla per fede. Non facevano proseliti, non vendevano, non chiedevano alle persone di avere successo, non le incitavano declamando sermoni e non arringavano i peccatori. Spingevano i loro seguaci a cambiare il loro comportamento nel mondo. Tutto si basava su un principio comune, la Regola d’oro: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso.

I saggi dell’Era assiale non erano interessati a fornire ai loro discepoli una piccola, edificante elevazione, dopo la quale sarebbero tornati, con rinnovato fervore, alle loro normali vite egocentriche. Il loro obiettivo era creare un tipo di essere umano completamente diverso. Tutti i saggi predicavano una spiritualità fatta di empatia e compassione; insistevano sul fatto che le persone dovevano abbandonare il loro egocentrismo e la loro avidità, la loro violenza e la loro cattiveria. Non solo era sbagliato uccidere un altro essere umano; non ci si doveva nemmeno esprimere con parole ostili o con gesti d’ira. Inoltre, quasi tutti i saggi dell’Era assiale avevano compreso che la benevolenza non poteva essere circoscritta alla propria gente, ma che la si doveva in qualche modo estendere al mondo intero… Se le persone si fossero comportate con generosità e gentilezza con il loro prossimo, avrebbero potuto salvare il mondo.

Nell’Era assiale nessuno avrebbe mai immaginato di vivere in un’epoca di risveglio spirituale. Erano tempi difficili, pieni di tradimenti, incomprensioni e invidie meschine. Eppure, la filosofia e la spiritualità di questi secoli costituirono un movimento, riconoscibile solo a posteriori. Proprio come oggi, i saggi dell’Era assiale vivevano in tempo di guerra. Il loro scopo era comprendere la causa della violenza, non combatterla. Tutte le strade portano all’io, alla psiche, al pensiero e alla mente. Le pratiche spirituali che si svilupparono erano diverse, ma tutte si concentravano sul focalizzare e guidare la mente per mezzo di insegnamenti semplici e pratiche quotidiane, la cui ripetizione costante avrebbe gradualmente e realmente cambiato l’animo. L’equità, la gentilezza e la compassione, non l’illuminazione, rappresentavano la meta ultima.

Tali insegnamenti erano, nel mondo antico, la fonte originale dell’amore per il prossimo; nel mondo moderno, costituiscono le fondamenta reali delle Ong, del volontariato, degli enti morali, delle fondazioni e dell’amore basato sulla fede. Credo che il movimento contemporaneo stia inconsciamente ricambiando il favore all’Era assiale e che, globalmente, stia ponendo le basi per un risveglio. Tuttavia, si tratta di un risveglio molto diverso, in quanto comprende conoscenze sofisticate di biologia, ecologia, fisiologia, fisica quantistica e cosmologia. Guarda alla donna come a un essere sacro e inviolabile e riconosce la saggezza delle popolazioni native di tutto il mondo, dall’Africa al Nunavut, due realtà che erano state per lo più ignorate durante l’Era assiale. Ho amici che contesterebbero con forza questa affermazione, sottolineando la ristrettezza di idee, la competitività e l’egoismo di certe Ong e delle persone che le guidano. Non metto in dubbio che le limitazioni umane condizionino il movimento. Le mele marce esistono. La questione è se i valori alla base del movimento stiano iniziando a permeare il mondo. E qui entra in gioco una tematica ancora più grande, quella delle intenzioni. Qual è lo scopo del movimento? Se si esaminano i suoi valori, le sue missioni, i suoi obiettivi e le sue convinzioni, e invito tutti a farlo, si vedrà che al centro di tutte le organizzazioni sono presenti, anche se non espressi, due principi: primo, la Regola d’oro che recita “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”; secondo, la sacralità di tutte le forme di vita, siano esse una farfalla, un bambino o una cultura. I profeti che adesso celebriamo, ai loro giorni furono ridicolizzati. Amos ebbe continui problemi con le autorità. Da Geremia deriva la parola “geremiade”, che significa una litania di problemi; tuttavia, come Cassandra, anche lui era nel giusto. David Suzuki è stato considerato un indovino per 40 anni. Donella Meadows profetizzò i limiti biologici della crescita e fu disprezzata dai suoi colleghi scienziati. Bill McKibben è stato irremovibile e sicuro nei suoi avvertimenti a proposito dei cambiamenti climatici. Martin Luther King venne ucciso un anno dopo aver pronunciato il suo discorso Beyond Vietnam, in cui si opponeva alla guerra in Vietnam e accusava l’esercito americano di “prendere i giovani neri rovinati dalla nostra società per mandarli a 8.000 miglia di distanza, a garantire in Asia meridionale quelle libertà che essi non trovano nella Georgia del sud e a Harlem est”. Jane Goodall viaggia 300 giorni all’anno in nome della Terra, parlando, insegnando, fornendo il suo supporto e spingendo altri ad agire. Wangari Maathai è stata denunciata in Parlamento, derisa pubblicamente per il divorzio da suo marito e picchiata fino a farla svenire per il suo lavoro in nome delle donne e dell’ambiente in Africa. Non importa come verranno giudicati in futuro: questi sei, assieme ad altri leader, ci danno preziosi insegnamenti e cercano, o hanno cercato, di fare fronte alle sofferenze di cui sono stati testimoni sulla Terra.

 

COSA VUOLE QUESTA GENTE ?

Una volta, mentre stavo andando a un appuntamento con un amico, ho assistito a un’imponente manifestazione. Decine di migliaia di persone, con moltissimi cartelli scritti a mano, sfilavano su un largo viale accompagnati da slogan e canzoni. I cartelli parlavano di politici, specie diverse, prigionieri per reati di opinione, campagne aziendali, guerre, agricoltura, risorse idriche, diritti dei lavoratori, dissidenti e altro ancora. In piedi, vicino a me, un poliziotto cercava di capire qualcosa in quella che sembrava una torre di babele politica. L’irlandese dalle spalle larghe scosse la testa e chiese: “Cosa vuole questa gente?”. Domanda retorica ma legittima.

[omissis]

 

David James Duncan ha scritto una risposta alla lettura aggressiva che i fondamentalisti danno della cristianità che può essere estesa a tutti i fondamentalismi: i popoli del mondo non hanno bisogno di fanatici religiosi che li salvino più di quanto non abbiano bisogno dei viscidi pubblicitari del libero mercato. Per essere salvati hanno bisogno di noi, dove noi indica la folle accozzaglia di umanità fermamente decisa a resistere alle rozze offese provenienti dagli ideologi, dalle loro armi, dai libretti degli assegni e dalle loro politiche malate.

 

Il movimento non cerca solo di prevenire i torti, ma cerca attivamente di amare questo mondo. La compassione e l’amore per gli altri costituiscono il cuore di tutte le religioni e del movimento. “Quando le piccole cose sono fatte con amore, a farle non è un essere imperfetto, come te o me, ma l’amore. Non mi fido di un partito politico di sinistra, di destra o di centro. Ho una fede sconfinata nell’amore. Nel custodire questa fede, l’unico modo responsabile, dal punto di vista spirituale, che conosco per essere un cittadino, un artista o un attivista in questo strano tempo è quello di non pensare, o pensare poco, alle ‘grandi cose’, come salvare il pianeta, ottenere la pace nel mondo o fermare l’avidità dei neoconservatori. Le ‘grandi cose’ tendono a essere irrealizzabili. Invece le ‘piccole cose’, fatte con amore, sono sempre alla nostra portata”. Alcuni pensano che sia definito soprattutto da ciò a cui si oppone, ma il movimento cerca prima e soprattutto di mantenere vivo il dialogo, affinché le idee che gli danno forma non si estinguano mai: crescita senza disuguaglianza, ricchezza senza saccheggio, lavoro senza sfruttamento, un futuro senza paura.

Per rispondere alla domanda di quel poliziotto, “questa gente” sta reinventando il mondo. Curare le ferite del mondo richiede una risposta dal cuore. C’è un mondo di dolore fuori di qui e sanare il passato richiede scuse sincere, riconciliazione, riparazione e perdono. Non sarà possibile alcun futuro fino a quando non si guarderà obiettivamente al passato e non si entrerà in comunione con la nostra storia di errori. Sospetto che ognuno debba delle scuse e ad altrettante abbia diritto, ma alcune culture e popolazioni ne meritano più di altri. Il punto della questione non è il fatto di non poterci scusare con coloro che nel passato furono resi schiavi, o con le popolazioni che subirono le prime, antiche ingiustizie, perché non siamo stati noi a commettere quei crimini. Ricevendo le scuse, ascoltando le ammissioni di colpa, ammettendo la riparazione dei torti e partecipando alla riconciliazione, le popolazioni e le tribù, i cui antenati subirono tali abusi, donano nuova vita a tutte le persone nel mondo. Questi atti di coraggio spirituale e queste azioni di immaginazione morale sono le fondamenta del grande lavoro che si sta svolgendo.

Il movimento non agisce in maniera coercitiva, ma ininterrottamente e senza paura. È impossibile rabbonirlo, sedarlo o sopprimerlo. Non possono esserci muri di Berlino, né trattati da firmare, né mattine in cui svegliarsi e scoprire che i superpoteri hanno acconsentito a ritirarsi. Questo movimento rifugge la massimizzazione di tutto ciò che non contribuisce alla vita. Continuerà ad assumere una miriade di forme, non si fermerà. Alla sua guida non vedremo mai un Marx, un Alessandro o un Kennedy.

Non esistono libri capaci di spiegarlo, persone o gruppi che possano rappresentarlo o parole per definirlo in maniera esauriente, perché il movimento costituisce il lascito, vivo e senziente, del mondo vivente. Il movimento rappresenta il risultato di diverse apostasie e, attualmente, prolifica da solo. Le prime cellule, che circa 40 milioni di secoli fa si riunirono nelle profondità dell’oceano avviando un processo metabolico in circostanze inconcepibilmente difficili, ora sono nei nostri corpi, e noi, per dirla con le parole di Mary Oliver, siamo determinati, esattamente come lo erano loro, a salvaguardare l’unica vita che possiamo salvare.

 

La vita può nascere solo in una cellula e da una cellula partono tutte le malattie. Nel suo libro The Way of the Cell, Franklin Harold sottolinea come la scienza molecolare, con tutta la sua razionalità inattaccabile, ci chieda di accettare “qualcosa di veramente incredibile … che tutti gli organismi discendano … da una singola cellula ancestrale”. Questa vibrante particella di gelatina sensibile costituisce il cuore di ogni cosa che amiamo e ci pone in contatto diretto con ogni altra forma di vita.

Questa connessione primordiale, così incomprensibile per alcuni e così chiara, sacra e inviolabile per altri, ci unisce indissolubilmente al nostro destino comune. Il primo gene ha rappresentato la parola chiave per tutte le successive forme di vita, e il termine “gene” ha lo stesso etimo delle parole “famiglia”, “gentile”, “genere”, “generoso” e “natura”.

 

È nella nostra natura coltivare la vita, e questo movimento esprime una gentilezza che si è prodotta nel corso di 4 milioni di millenni. Credo che questo movimento prevarrà. Non intendo dire che esso sconfiggerà qualcuno, conquisterà qualcosa o arrecherà danni a qualcun altro. Esattamente l’opposto. La mia affermazione non vuole essere una profezia. Voglio dire che il modo di pensare alla base degli obiettivi del movimento alla fine diventerà predominante. Presto si diffonderà in molte istituzioni, ma, ancora prima, cambierà un numero sufficiente di persone da innescare un’inversione di tendenza rispetto a secoli di comportamenti freneticamente autodistruttivi. Alcuni dicono che sarà troppo tardi, ma le persone non cambiano finché si sentono a loro agio.

Helen Keller ha lasciato perdere le lacrime di rimorso per le cattive notizie croniche quando ha affermato: “Sono contenta di vivere in un tempo così fantasticamente inquietante!”; in un tempo così, la storia rimane sospesa e, quindi, non è stata ancora scritta. Vivremo il resto della nostra vita sull’orlo di qualcosa che deve ancora avvenire. La mia speranza riguardo alla resilienza della natura umana si scontra con la gravità delle condizioni sociali e ambientali in cui ci troviamo. Tuttavia, se sprechiamo la nostra attenzione su quello che va male, non ce la faremo: nel caos in cui il mondo è invischiato è insito un futuro pieno di speranza, perché il passato sta crollando davanti a noi. Se fate fatica a crederci, considerate di quante cose ha bisogno l’inverno per creare una sola primavera. Non è troppo tardi perché le maggiori istituzioni e aziende del mondo si uniscano per salvare la Terra, ma la collaborazione deve avvenire nei termini del pianeta. I cartelli con su scritto “cercasi aiuto” sono dovunque. Tutte le persone e le istituzioni, fra cui commercio, governi, scuole, chiese e città, devono imparare dalla vita e reinventare il mondo dal basso verso l’alto, sulla base dei primi principi della giustizia e dell’ecologia.

 

Il ripristino ecologico è straordinariamente semplice: basta eliminare quello che impedisce al sistema di guarirsi da solo. Il ripristino sociale funziona nello stesso modo. Possediamo cuore, conoscenze, denaro e sensibilità sufficienti per ottimizzare il nostro tessuto sociale ed ecologico. È tempo di abbandonare tutto ciò che è pericoloso. Milioni di cavalieri sono qui per riparare agli incubi dell’impero e alle disgrazie che le guerre hanno inflitto a persone e luoghi. Siamo coloro che peccano e coloro che perdonano. “Noi” significa tutti, ognuno di noi. Non può esistere un movimento verde senza un movimento nero, uno marrone e uno color rame. Il pericolo maggiore si trova dentro di noi, e si tratta delle ferite accumulate nel passato, il rimorso, la vergogna, l’inganno e l’odio condivisi da ogni cultura e trasmessi da ogni persona, esattamente come il DNA, in una storia di violenza e avidità. È indubbio che il movimento ambientalista risulti fondamentale per la nostra sopravvivenza. La nostra casa sta letteralmente bruciando ed è logico che gli ambientalisti si aspettino che il movimento per la giustizia sociale si unisca a loro. L’unico modo in cui riusciremo a spegnere l’incendio è unirci al movimento per la giustizia sociale e curare le nostre ferite, perché, alla fine, esiste un solo movimento. Forti di questa crescente consapevolezza, possiamo affrontare i pericoli. La nostra guida sarà un’intelligenza che ogni secondo crea miracoli, e che vive grazie a un movimento senza nome

 

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