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Articoli IDEM » Il futuro del suolo

Il futuro del suolo dipende dal sistema finanziario mondiale

 

Intervista con il Dr. Wilfried Bommert*

Lei traccia un’immagine drammatica della “caccia globale ai campi del mondo” arrivando alla conclusione che “le prospettive sono sinistre”. Perché nonostante ciò la questione del suolo gioca nella percezione generale un ruolo così periferico?

 

W. B.: Dobbiamo forse distinguere chi guarda cosa. Per l’agricoltura, la questione del suolo gioca un ruolo così marginale perché è sparita sistematicamente dalla formazione professionale degli ultimi 40 anni. Il suolo è un tema solo per la questione di come meglio concimarlo per avere una crescita più abbondante delle piante. Il suolo stesso come costrutto biologico, come bio-fabbrica dove nascono nutrienti, crescita e fertilità non è un tema e non lo è più in Germania dagli anni Cinquanta dell’ultimo secolo. Il che fa si che nessuno pensa più a cosa si trova sotto di noi; già per gli esperti e ancora di più per i non-esperti il suolo tendenzialmente è sempre molto lontano, se mai viene percepito sotto la rubrica “paesaggio”.

 

Esistono dei segnali che qualcosa cambierà in quest’oblio del suolo?

 

W. B.: Per quanto riguarda il suolo come fabbrica biologica per adesso non cambierà niente. Questo presupporrebbe una gestione diversa del tema negli istituti professionali e nelle università e non esiste traccia in questo senso. Abbiamo invece una trasformazione dal suolo come entità produttiva agraria a un fattore economico. Dal 2008 sta diventando sempre più evidente che il suolo sarà in futuro la risorsa più scarsa in assoluto e il settore con i più alti guadagni. La conseguenza è un continuo trasferimento di suolo dalle mani contadine nelle mani dell’industria finanziaria. Si tratta in questa specifica forma di un interesse del tutto nuovo che si fa sentire solo da due anni, ma che in futuro porterà al risultato di una visione del suolo non più come luogo per la produzione dei nostri cibi ma come luogo per massimizzare i guadagni. Gli alimenti potrebbero giocare un ruolo sempre minore a favore del biodiesel e delle biomasse.

 

Non è che delle crisi come la catastrofica siccità nel Mid West degli Stati Uniti potrebbero costituire una forza correttiva? In questo periodo si sentono voci molto forti, tra cui il ministro tedesco per la cooperazione, che chiedono l’abolizione della direttiva europea per il biodiesel e la cancellazione completa degli incentivi per non far aumentare ulteriormente i prezzi dei cibi.

 

W. B. Vedremo se tali tracolli possono avere un effetto. La crisi negli Stati Uniti si è verificata solo circa quattro settimane fa ed è ancora troppo recente per poterne valutare le conseguenze. Le esternazioni politiche che sentiamo adesso sono un segnale che la politica qualcosa ha capito. Se si vogliono cambiare le dinamiche in corso devono cambiare i rapporti di potere. Si deve vedere che dietro i nuovi sviluppi del suolo come capitale si nascondono grandi Lobby che sono molto più potenti di qualche politico. Il futuro della gestione del suolo dipende dal sistema finanziario mondiale, se lì non cambia niente, non cambierà neanche quello.

 

Vuole dire che la forza trainante è un processo economico affiancato dalla politica? Leggendo il suo libro “Bodenrausch” (Delirio del suolo) avevo l’impressione che forse, in modo troppo indifferenziato, mette tutte le forze in gioco sullo stesso piano: la crescita demografica come il consumo troppo alto di carne e l’avidità di guadagno. Visto che spesso si ragiona con la “crescita demografica” in modo dubbioso, in quest’intervista mi appare più chiaro il suo argomento del suolo come nuovo oggetto della valorizzazione del capitale.

 

W. B.: Il consumo di carne, la crescita demografica e il biodiesel agiscono come impulsi - il biodiesel solo da pochi anni, la carne e lo sviluppo demografico da parecchio tempo – sui mercati degli alimenti e quindi l’uso del suolo degli ultimi 50 anni. Ma quello che vediamo oggi, infatti, è qualcosa di principalmente nuovo. Il suolo stesso viene percepito come bene e viene integrato nel circuito di mercificazione dell’economia finanziaria.

 

I primi due terzi di “Delirio di Suolo” sono pervasi da un profondo pessimismo. Se siamo veramente messi così male per quanto riguarda il suolo tra landgrabbing, erosione, cementificazione, facilmente si potrebbe giungere alla conclusione che comunque non ci sono vie d’uscita. Davvero non esistono esempi positivi di investitori responsabili nel sud, di progetti di successo di una coltivazione attenta della terra, di un’alimentazione migliore della popolazione residente? Quali sono i punti di riferimento nel tentativo di cambiare la situazione vigente?

 

W. B.: È molto difficile. Il fenomeno che descrivo si trova prevalentemente in stati con governi che hanno poco rispetto per la propria popolazione, dittature militari, dittature di tribù, società dove il diritto non vale, di sicuro non quello dei contadini coinvolti. Esistono un sacco di governi di questo tipo; normalmente non ce ne rendiamo conto ma studiando questo fenomeno risultano in evidenza. Ho descritto nel mio libro ventiquattro regioni del mondo con tali condizioni politiche. Negli investimenti globali in agricoltura l’unica cosa positiva è che gli investitori realizzano i loro guadagni. I danni collaterali che nascono non potrebbero interessare di meno agli investitori e lo stesso vale per i governi coinvolti. Questo mi dispiace ma purtroppo non sono riuscito a trovare qualcosa di positivo. Guardando la situazione con le mie norme non ne verrà fuori niente di positivo neanche in futuro, salvo se si parte dal lato opposto c on degli investimenti in quell’agricoltura che oggi vive nella miseria, i piccoli contadini, le persone che operano nelle zone periferiche senza soldi e senza accesso ai mercati. Se si decidesse di investire in quell’agricoltura, di avviare delle scuole e degli istituti di formazione agraria, di istallare un sistema di consulenze che aiuti i contadini e soprattutto le contadine a rendere le loro superfici di nuovo produttive, si potrebbe arrivare a dei risultati buoni e meritevoli. Tali azioni si trovano perlopiù nei progetti di cooperazione delle ONG e delle organizzazioni caritative e religiose, ma il loro scopo è talmente piccolo che nell’insieme sono quasi irrilevanti.

 

Lo stesso lei cita come potenziale contro-potenza più importante la società civica. Ha incontrato nelle sue ricerche delle coalizioni di rilievo nord-sud come per esempio l’Alleanza per il Clima delle città europee con i popoli indigeni delle foreste amazzoniche attiva da ormai più di vent’anni? Esiste qualcosa come la globalizzazione della società civica?

 

W. B.: La globalizzazione della società civica si svolge dal mio punto di vista più che altro nei paesi del nord. Certo, le ONG lì collaborano anche con ONG del sud, che ovviamente esistono e prendono anche la parola nel mio libro, però sono decisamente più deboli. Questa ineguaglianza ha a che vedere con le diverse condizioni politiche, l’educazione, le condizioni di vita, col tempo che le persone devono dedicare per assicurarsi i propri mezzi di sostentamento e con quanto tempo gli rimane per impegnarsi in qualcos’altro. Il sud del mondo lotta per la sopravvivenza, mentre nel nord molte persone possono farsi delle idee su come organizzare il futuro meglio e in modo diverso. Da lì nasce anche il dislivello della quantità di impegno privato. Lo stesso dico, visto che nella sfera politica non sono riconoscibili grandi movimenti di cambiamento delle condizioni vigenti, che rimane come forza essenziale la società civile. In questo periodo abbiamo vissuto grandi cambiamenti nell’Africa del Nord che non sono partiti dall’alto ma si sono fatti strada dal basso. La mia speranza sarebbe che in futuro la società civile avrà ancora un ruolo molto più grande in tanti paesi del mondo, anche per quando riguarda il cambiamento del corso di tutto il nostro sistema alimentare. Per me si tratta di una potenza nascente che non ha ancora capito pienamente i propri potenziali. Ma quando ne avrà consapevolezza sarà una forza imponente. Di questo sono convinto.

 

Per quanto sono importanti queste dinamiche globali, nei Colloqui di Dobbiaco ci chiederemo anche quali sono le possibilità e le prospettive d’azione a livello territoriale nei paesi ricchi del nord.

 

W. B.: Al funzionamento attuale del sistema mondiale del cibo si presenteranno, mi pare, in futuro dei limiti, per esempio a causa della diminuzione delle risorse come il petrolio. Quando non avremo più a disposizione i carburanti fossili come adesso, molti trasporti che sono il cuore della globalizzazione agraria, diventeranno troppo costosi. Inoltre diventerà anche un problema la concimazione con prodotti chimici perché un componente principale, il fosfato, sembra aver già superato il Peak e i giacimenti si stanno impoverendo. Siamo di fronte a due fattori essenziali dell’agricoltura globalizzata che in futuro non possono più essere impiegati come nelle condizioni attuali e questo, dal mio punto di vista, avrà come conseguenza che in futuro si svilupperà di nuovo un’economia del cibo territoriale che non ha bisogno di grandi trasporti e riesce a chiudere il ciclo dei nutrienti. A questo punto entra in gioco la società civica che essenzialmente porta avanti la localizzazione dell’agricoltura, il cibo locale. Le forze sociali impegnate sono visibili già oggi. Si tratta di raggruppamenti molto eterogenei, Slow Food ne fa parte come il movimento tedesco dei piccoli agricoltori, gli ambientalisti come il movimento a km zero. Tante cose si stanno muovendo che a me sembrano bagliori storici. Sta emergendo un nuovo modo di alimentarci e di gestire il suolo, perché a livello territoriale l’uso del suolo deve essere più curato che non nell’economia globalizzata. Vedremo un nuovo trend di distacco dalla globalizzazione per andare verso una localizzazione che viene sostenuta in primo luogo dalla società civile. Si tratta di un grande compito e iniziative come i Colloqui di Dobbiaco possono essere di aiuto per avviare questi processi. Il fenomeno dei limiti della globalizzazione è una buona notizia soprattutto per lo spazio alpino, dove esistono ancora molte piccole aziende agricole.

 

* Il Dr. Wilfried Bommert è laureato in scienze agrarie, giornalista dal 1979, tra gli altri per la terza rete radiofonica della Germania dell’ovest WDR. Come direttore della prima redazione ambientale dell’emittente si occupa da molti anni delle tecniche genetiche, dei cambiamenti climatici, dell’alimentazione mondiale e dello sviluppo demografico.

Il suo libro Kein Brot für die Welt. Die Zukunft der Welternährung (Niente Pane per il Mondo. Il futuro dell’alimentazione mondiale) del 2009 ha trovato un’ampia eco. In questo giorni è uscito Bodenrausch, Die globale Jagd nach den Äckern der Welt (Il Delirio del Suolo. La caccia globale ai campi del mondo). Bommert ha parlato ai Colloqui di Dobbiaco di “L’alimentazione del mondo con suoli sempre più limitati, Peak Soil”.

 

L’intervista e la traduzione dal tedesco sono di Karl-Ludwig Schibel

Il testo può essere liberamente riprodotto, indicando la fonte (www.colloqui-dobbiaco.it)

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