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Articoli IDEM » Alberi nelle metropoli

Alberi nelle metropoli

 

di Francesco Ferrini


È ormai pienamente dimostrato che la vegetazione urbana e periurbana costituisce una risorsa fondamentale non solo per il miglioramento della qualità della vita nei centri abitati, ma per la stessa sostenibilità dei sistemi urbani e per il ruolo che essa può esercitare nel mantenimento e incremento della biodiversità negli ambienti antropizzati, costituendo o integrando corridoi e reti ecologiche estese a livello periurbano e rurale. Recentemente, tuttavia, si sta cercando di fornire dei dati quantitativi sull’effettivo contributo della vegetazione nel modificare alcuni fattori ambientali quali il clima, la qualità dell’aria, il ciclo dell’acqua, la biodiversità della fauna e, non ultimo, sugli effetti esercitati dalle aree verdi sullo stato di salute psico-fisica dell’uomo (McPherson 1995; Mc Pherson, 2001; Ferrini e Baietto, 2006).

È noto che gli ambienti urbani sono significativamente più caldi delle aree rurali, con differenze che vanno da un minimo di 1,1°/4,4°C in città dal clima temperato, fino ai 10°C di Città del Messico (DOE, 1996). Dati pubblicati qualche anno fa da Nowak (1999) hanno dimostrato come sotto piccoli gruppi di alberi o alberi singoli con copertura erbosa, la temperatura pomeridiana dell’aria a 1,5 metri sopra il livello del terreno fosse da 0,7° a 1,3°C più bassa che in altre zone. Un albero adulto con una grande chioma può produrre l’effetto equivalente di cinque condizionatori che funzionino per 20 ore di seguito (Semrau, 1992).

L’effetto più macroscopico però, nell’abbassamento di temperatura da parte degli alberi, è determinato dall’ombreggiamento nei confronti degli edifici. Grazie ad una corretta progettazione di aree verdi intorno alle case, o dei viali alberati in città, è possibile ridurre anche notevolmente la richiesta di energia per il condizionamento estivo, arrivando a ridurre i costi fino al 25% associandovi l’azione frangivento invernale.

Non meno importante è il ruolo esercitato dalla vegetazione, in particolar modo arborea, sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria da particelle microscopiche sospese che, potenzialmente, può causare le più severe e dannose malattie per l’apparato respiratorio che si possano riscontrare in ambiente urbano o extraurbano. Le foglie degli alberi, specialmente quelle con determinate caratteristiche, hanno la capacità di fungere da “sink” per il particolato sospeso, ovvero di “catturare” le particelle inquinanti che si depositano sulla superficie fogliare; tali particelle, poi, seguiranno due destini alternativi: in alcuni casi verranno assorbite dalle cellule fogliari ed entreranno, a vario titolo, nel metabolismo dell’albero; in altri casi, e più semplicemente, si accumuleranno sulla superficie fino a quando le precipitazioni non le convoglieranno a terra.

Beckett et al., (2000), per esempio, hanno studiato l’effetto delle piante sul particolato in quattro siti a Londra e dintorni, diversi per copertura vegetale, fonte di inquinamento, e distanza dal fattore inquinante. L’efficienza nella cattura e ritenzione delle particelle si è dimostrata, anzitutto, sito-specifica; all’interno del medesimo sito, poi, grande variabilità si è rilevata tra le specie. In un parco di 10 ha situato nelle immediate vicinanze di una via a grande percorrenza, a Brighton, un olmo (Ulmus procera) di 21 m di altezza ha fissato, in una sola stagione vegetativa, 1071 g di particolato sospeso, corrispondenti a 475 mg m-2 di area fogliare. Nello stesso luogo, un tiglio di 12 m ha fissato 192 mg m-2 di particelle, mentre una pianta di caratteristiche molto simili, valutata in un altro sito (piccolo parco di 2 ha in città), ha ridotto di 488 mg m-2 di inquinanti.

Il meccanismo più importante mediante il quale le particelle si depositano sull’area fogliare, come spiegato da Beckett et al. (1998), è il semplice impatto. Ciò è grandemente aumentato dalla formazione di mulinelli e correnti d’aria, che si formano quando un flusso laminare è interrotto da superfici non aerodinamiche, ruvide o pelose. L’olmo, infatti, possiede una densa peluria e una superficie fogliare grossolanamente corrugata, quindi propensa a formare microturbolenze.

Quanto brevemente riportato evidenzia come il possibile ruolo positivo del verde urbano sia fortemente legato alla struttura, composizione e distribuzione della vegetazione, nonché ai criteri utilizzati per la gestione. La difficoltà di quantificare questi effetti e di applicare criteri di pianificazione e gestione finalizzati a ottenere i massimi benefici dalla vegetazione urbana, deriva nei centri urbani del nostro paese da due fattori sostanziali:

1. la conoscenza estremamente frammentaria e incompleta della consistenza e delle caratteristiche della vegetazione urbana e periurbana.

2. la pressoché totale assenza di linee guida per la pianificazione e per la gestione specifiche per i nostri ambienti urbani.

Entrambe queste problematiche sono prese in considerazione dalle attuali linee settoriali di ricerca in particolare negli Stati Uniti, in Europa (Konijnedijk 1999) e, più recentemente, anche in Italia (A.A.V.V., 2004). Il loro studio è, infatti, indispensabile per programmare al meglio la gestione sostenibile delle aree interessate, ma anche per pianificare, in modo congruente, nuovi spazi verdi.

In ultimo appare doveroso sottolineare che nella pianificazione e progettazione di questi ultimi è basilare tener in massimo conto il principio “albero giusto al posto giusto”, poiché non è sufficiente che gli alberi sopravvivano, ma che abbiano elevati tassi di crescita e, conseguentemente, elevati tassi di sequestro di CO2 e di abbattimento degli inquinanti.

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