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Articoli IDEM » Una eredità perduta

Una eredità perduta
 
di Paolo Franceschi
 
Si narra che nel 373 a.C. nella città greca di Alicia, un bel giorno, tutti i topi e le donnole abbandonarono precipitosamente il centro urbano, suscitando lo stupore della popolazione la quale, pochi giorni dopo, gridò di paura a causa di una forte scossa di terremoto.
Cito questo episodio perché qualche sera fa la mia compagna, che si trovava in montagna sulle Alpi Cozie con mia figlia di 4 anni, mi riferiva al telefono che Gaia (una dei nostri tre cani) si stava comportando in modo strano, anomalo: fiutava nervosamente sotto la porta manifestando inquietudine ed il desiderio di uscire, pur avendo poco prima fatto il suo consueto “giretto”, piangeva, guaiva senza un apparente motivo; la mattina seguente, tutta la vallata è stata investita da una scossa sismica di notevole intensità, che è stata percepita anche a diverse centinaia di chilometri di distanza.
Quanto accaduto mi ha fatto riflettere, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, sulla condizione dell’essere umano e sulla sua pressoché totale perdita di empatia con la Madre Terra.
Molti scienziati ritengono (soprattutto i giapponesi, mentre sono più scettici gli americani) che alcuni animali non umani percepiscano in modo particolare gli spostamenti delle onde magnetiche della Terra, le ondulazioni del terreno e l’odore dei gas che fuoriescono dalle microfratture della crosta terrestre, tutti segnali che preannunciano i terremoti e, su quel piano, sicuramente non siamo mai stati in grado di “competere” con essi. Tuttavia quello che è grave, a mio modo di vedere le cose, è che l’uomo non è più in grado non soltanto di leggere, ma neppure di vedere, quei segnali che la Natura manifesta per avvisare l’approssimarsi di determinati eventi. Non abbiamo più le capacità, le cognizioni per interpretare i codici della Natura.
Un intero patrimonio di conoscenza e sapienza è andato irrimediabilmente perduto, a causa della supponenza dell’essere umano e della sopravvalutazione delle proprie scoperte tecnologiche che, come purtroppo abbiamo potuto constatare in paesi senz’altro più all’ “avanguardia”, da questo punto di vista, del nostro, sono tutt’altro che infallibili. Non ultima causa di questa perdita è stata poi la desacralizzazione della Natura: con l’affermarsi della concezione della Terra quale “valle di lacrime” e del materialismo scientista, l’uomo ha reciso un legame millenario con ciò che lo circondava; un legame che gli consentiva di ottenere vantaggi da un lato, ma che dall’altro gli imponeva regole di condotta improntate ad un rispetto delle leggi naturali che, mano a mano, sono state sempre più sentite come catene dalle quali liberarsi, così da avere licenza di manipolare la Natura a proprio piacimento, senza alcuno scrupolo. Si è verificato quindi un pernicioso affrancamento, dovuto ad un vano delirio di onnipotenza, o forse ancora meglio a quella hybris di cui gli antichi Greci, nei loro miti, già avevano descritto molto bene le sembianze.
“Un tempo, osservando le migrazioni degli uccelli, sapevamo quello che sarebbe successo durante l’anno, così come, interpretandone il modo di volare e di cantare, riuscivamo a intuire come si sarebbero mosse le stagioni e come si sarebbe evoluta la vita intorno a noi. Si diceva che quando gli uccelli volavano in un certo modo, gli Esseri del Tuono erano a casa. Osservando il volo di Cetàn il falco, sapevamo quello che sarebbe successo, così come studiando il modo in cui le formiche costruivano i loro nidi, più alti o più bassi, potevamo quantificare la piovosità di quel periodo. Il muschio sugli alberi e sulle pietre ci aiutava a capire cosa sarebbe successo di lì a sei mesi..”
Così parla con amarezza un saggio Lakota dei tempi odierni, con riferimento al suo popolo, ma le sue parole possono essere tranquillamente applicate anche alla nostra condizione: anche tra le nostre genti vi è stata un’era in cui si scrutava il cielo per interpretare il volo degli uccelli, il loro canto, in cui si osservavano le manifestazioni della Madre Terra per trarne insegnamento e decodificarne il linguaggio, ma tutto è caduto nell’oblio, sacrificato al culto idolatrico (quello sì…) della ragione e del progresso.
Abbiamo irriso ed espulso àugurie sciamani ed oggi guardiamo con disprezzo o, nella migliore delle ipotesi, con lo sguardo impietosito, quelle popolazioni cosiddette “selvagge”, “arretrate”, che ancora mantengono, ascoltano e rispettano queste figure all’interno delle loro strutture sociali.
Catturiamo ed uccidiamo con la violenza e con l’inganno esseri senzienti che conservano una sapienza millenaria che noi abbiamo rimosso volontariamente; viaggiamo nello spazio e nelle profondità degli abissi oceanici, possediamo e violentiamo ogni angolo della Terra, ci sentiamo grandi, onnipotenti, eterni………………..
Ma la tigre e l’antilope, dall’alto della collina su cui si sono rifugiate, dopo che la Madre Terra aveva comunicato l’imminente arrivo del terribile Tsunami, osservano con pietà, non priva di disprezzo, i corpi degli uomini, che galleggiano esanimi sulle acque ormai tornate calme…
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