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Articoli IDEM » La fine dello schiavismo

La fine dello schiavismo

 

di Enzo Parisi

 

Il Brasile è stato l’ultima nazione ad abolire nel 1888 la schiavitù. Per secoli navi negriere hanno attraversato l’Oceano Atlantico dall’Africa al Brasile (e ai Carabi, agli Stati Uniti, etc.)

per costituire la forza di una economia fondata prima sulla canna da zucchero, poi sulle miniere e infine sulla coltivazione del caffè. Nei secoli parliamo dell’asservimento di milioni di uomini e donne, senza che l’istituzione fosse mai messa in discussione. Era uno dei tanti diritti “divini” dell’uomo bianco. La schiavitù veniva considerata parte di un ordine economico e sociale naturale e immutabile. Le popolazioni servili erano soggette a condizioni di vita e di lavoro durissime, che faceva sì che si registrassero tassi di mortalità elevati e tassi di natalità bassissimi.

Finalmente all’inizio dell’ottocento, soprattutto grazie alla spinta di nazioni che allora erano essenziali partner commerciali come l’Inghilterra, vennero dati i primi colpi a questo sistema e furono imposti al Brasile vincoli allo sfruttamento della schiavitù. Cominciarono anche a sorgere e a farsi sentire i primi movimenti emancipazionisti. Grande successo ebbe nel 1875 il romanzo “La schiava Isaura”, (che peraltro era una donna bianca) di Bernardo Guimaraes che colpì molto l’opinione pubblica sul tema della schiavitù.

A decorrere dal 1879 furono fondate diverse società antischiaviste e abolizioniste e pian piano diventarono un fenomeno di massa fino alla costituzione nel 1883 di una Confederazione.

Alla fine de 1886 la morte di due schiavi sottoposti alla pena di 300 frustate suscitò scalpore nell’opinione pubblica, tanto che il Parlamento fu costretto a legiferare per l’abolizione del flagello. Questo atto fu il punto di svolta anche per la sollevazione degli schiavi, ormai non più punibili.

Nel 1887 e 88 la sollevazione degli schiavi divenne generalizzata e in tutto il paese “a migliaia abbandonavano pacificamente le fattorie per dirigersi verso la libertà”.

Nel maggio 1888 un laconico disegno di legge, approvato in soli 6 giorni, abolì la schiavitù.

 

Verrà il giorno che potranno essere liberati gli schiavi che ancora oggi deteniamo?

Mi riferisco agli allevamenti animali, specie a quelli dove gli animali non sono liberi ma sono tenuti in una gabbia o legati a una catena. Parlo ovviamente per esempio di bovini, maiali, polli. Spesso questi animali non vedono mai la luce del sole. Subiscono a volte vere torture come le oche per la produzione del foie gras. O le aragoste che vengono cotte gettandole ancora vive in acqua bollente dopo averle fatte scegliere da facoltosi clienti in eleganti acquari.

Quanta lotta e quanta passione ci vorrà per arrivare alla liberazione? I movimenti già ci sono, gli “abolizionisti” si muovono, rifiutano carne in generale e in particolare quella prodotta in allevamenti intensivi. Qualcosa comincia a ottenersi, come il divieto di allevare pollame fuori terra.

Ma quando leggeremo “migliaia di mucche hanno abbandonato pacificamente le loro stalle, per disperdersi nei verdi pascoli” ? Sarà un giorno di pace e civiltà.

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