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Articoli IDEM » L’acqua è di tutti, anche della natura

L’acqua è di tutti, anche della natura
 
di Enzo Parisi
 
Siamo ormai prossimi al referendum sull’acqua pubblica. In una visione antropocentrica si scontrano due filosofie: se l’acqua deve essere un bene comune a tutti gli uomini o se deve essere considerata un bene che va gestito secondo il modello del mercato. Con il primo approccio il controllo dell’acqua potrebbe essere (ma non è detto) gestito secondo criteri di equità e giustizia. Con il secondo con maggiore qualità e efficienza ma con i rischi indotti dalla commercializzazione.
Ma secondo una logica ecocentrica tutto cambia.
L’acqua è elemento vitale. Tutti gli esseri viventi sono composti da acqua e senza acqua muoiono. L’acqua regola tutti i meccanismi che hanno a che fare con la vita. Basti pensare al mare, con tutte le forme di vita che lo abitano e dal quale originano tutte le specie animali terrestri. Basti pensare alle necessità di piogge, senza le quali c’è il deserto. Nulla può esistere senza l’acqua e la disponibilità di acqua influenza e regola la formazione di biomassa.
Ma venendo al nostro caso, in chiave ecocentrica, la domanda fondamentale è: se vince il SI o il No quali sono gli ipotizzabili effetti sulla biodiversità? Per esempio aumenta o diminuisce l’acqua che la specie homo sapiens sottrae alle altre specie viventi? Come sarà la qualità dell’acqua in cui l’homo sapiens farà vivere le altre specie?
 
L’uomo prende l’acqua che gli serve o dalle sorgenti o dai torrenti o fiumi e dai laghi. In entrambe i casi poiché dalle sorgenti nascono i fiumi, che a volte formano laghi, si tratta sempre di sottrazione di acque dolci dai corsi d’acqua.
Avere più o meno acqua dolce è fondamentale per alcune categorie di animali e tra quelli di più grande dimensione, tralasciando quindi gli insetti, per i quali non esistono dati sufficienti, i pesci e gli anfibi.
Lo stato di conservazione dei pesci di acqua dolce in Italia è nel complesso molto critico ed è lo specchio di una situazione di degrado generalizzato della rete idrografica superficiale. Delle circa 50 specie indigene (o autoctone) di pesci di acqua dolce solo una infatti, il cavedano, può essere oggi considerata non a rischio. Tutte le altre sono da considerare a diverso grado in pericolo di estinzione.
Anche il recentissimo Annuario dei dati ambientali 2010 elaborato dall’ISPRA (Agenzia del Ministero dell’Ambiente) afferma che per i Ciclostomi (leggi lamprede) e i Pesci delle acque interne oltre il 40% delle specie minacciate è in condizioni particolarmente critiche (categorie CR – critically endangered e EN – endangered della IUCN).
 
Gli anfibi sono stati i primi vertebrati a colonizzare l'ambiente terrestre, e come tali hanno avuto in passato una notevole espansione e diversificazione. Rimangono però nella maggior parte dei casi ancora estremamente legati all'acqua; lo stesso nome della classe deriva dalla fusione delle due parole greche μφί, col significato di "doppio", e βίος, col significato di "vita". Tale nome è dovuto sia al fatto che il ciclo vitale degli anfibi prevede che almeno una parte della vita dell'animale venga trascorsa nell'elemento acquatico, sia al fatto che la maggior parte delle specie presenta una fase larvale dall'aspetto piuttosto dissimile da quello della fase adulta, alla quale l'animale giunge tramite metamorfosi. Vedi girino e rana.
Gli anfibi stanno subendo un drammatico quanto rapido declino. Si calcola che delle 85 specie europee il 60% circa sia in diminuzione come numero di esemplari e la situazione italiana sarebbe tra le più gravi dal momento che l'Italia ospita un maggior numero di specie complessivo.

In Italia ben 28 specie di anfibi su 37 sono state incluse nel Libro Rosso. Un dato preoccupante considerato che le specie appartenenti alla classe degli anfibi costituiscono dei validi indicatori dello stato di conservazione degli ambienti in cui vivono e si riproducono. I più vulnerabili, e quindi a maggior rischio, sono senza dubbio i geotritoni, il proteo, le rane ma anche le salamandre.
Il già citato Annuario dei dati ambientali 2010 elaborato dall’ISPRA afferma che la situazione più critica è quella relativa agli Anfibi, dove in assoluto la percentuale di specie endemiche minacciate è la più elevata, con a oltre il 66%.
 
Da dove le minacce alla biodiversità? Dice ancora l’Annuario dei dati ambientali 2010 “In generale dall’analisi risulta che la tipologia di minaccia più frequente (50,5% delle specie minacciate), tra tutte le influenze antropiche indirette è rappresentata dalla trasformazione e modificazione degli habitat naturali, e in particolare dalle modificazioni e trasformazioni dell’habitat (costruzione, edifici, strade, porti, cementificazione degli argini fluviali, variazioni climatiche dovute ad influenze antropiche, sbarramenti sui corsi d’acqua, captazioni idriche, modifiche delle portate)”. Chiaro no?
 
Ma un’altra questione è importante: la qualità delle acque.
Un’elaborazione dell’ISPRA su dati forniti dalle ARPA/APPA, dalle province autonome e dalle regioni sulla contaminazione delle acque superficiali e sotterranee da residui di prodotti fitosanitari attesta che, nel corso del 2008, nelle acque superficiali sono stati rilevati residui di pesticidi nel 47,9% del totale dei punti di monitoraggio, in concentrazioni che nel 30,9% dei casi superano i limiti di legge per le acque potabili.
Nelle acque sotterranee è risultato contaminato il 28,8% del totale dei punti di monitoraggio, che nel 15,6% dei casi presenta concentrazioni superiori ai limiti. Residui di ogni tipologia di fitosanitari sono stati rinvenuti nelle acque superficiali e sotterranee, anche se gli erbicidi e i relativi metaboliti sono le sostanze più largamente rinvenute (inclusa la “famigerata” atrazina, sostanza fuori commercio da circa due decenni, ma ancora presente quale residuo di una contaminazione storica).
 
In conclusione: se prevarrà, anche attraverso l’esito del referendum che l’acqua è una merce per fare profitto e alla gente questo non interessa più di tanto, è facile prevedere una biodiversità in ulteriore calo.
La priorità per garantire una corretta e sostenibile tutela e gestione degli ecosistemi di acqua dolce è invece senza dubbio rappresentata dal rilancio e dalla riorganizzazione del governo pubblico della risorsa idrica (inteso come capacità delle istituzioni di gestire e raccogliere le conoscenze, di pianificare, monitorare l’uso della risorsa in modo coordinato, efficace ed efficiente) a livello di bacino idrografico.
E anche dalla revisione delle pratiche agricole (e industriali) con riduzione dell’uso di fitofarmaci e erbicidi.
Se quindi l’acqua sarà un bene veramente pubblico e sottratto alle logiche di mercato avremo più speranze di una gestione più equilibrata e solidale con tutti gli esseri viventi.
Se l’acqua sarà prevalentemente un bene di mercato, chi fa commercio dell’acqua ha tutto l’interesse a venderne e trattarne di più, e ciò si risolve a un maggior consumo da parte dell’uomo e a sottrarre acqua a supporto di tutti gli altri esseri, infischiandosene della sua qualità.

Superfluo ribadire gli effetti sul lungo periodo, anche sulla stessa vita umana.

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